Ciak, si gira! – Spider-man: Homecoming

Il figliol prodigo è tornato, signori!

Spider-Man: Homecoming

COSA NON E’ FIGA LA INTRO CON IL TEMA DI SPIDER-MAN?

Scusatemi, torno seria. Ma dovete capirmi, non si può essere un minimo nerd e guardare questa intro senza farsi salire l’hype. Non si può proprio.
Come avrete sicuramente capito, sabato sera sono andata a vedere il nuovo Spider-man, sottotitolo Homecoming, che vuole sottolineare chiaramente il ritorno a casa (cioè nelle mani di mamma Marvel) del nostro amichevole ragno.
Vedo già molti di voi lanciare le sedie al grido di “Ma era proprio necessario un altro Spider-Man?”. Stavolta dò ragione alle logiche di mercato: mentre i precedenti Spider-Man (sia la trilogia con Tobey Maguire, sia The Amazing Spider-Man) erano prodotti dalla Columbia Pictures (che è parte integrante della Sony), in questo caso particolare la casa di produzione ha raggiunto un accordo con i Marvel Studios, casa produttrice del Marvel Cinematic Universe, che unisce i film degli Avengers (Doctor Strange fa parte di quella serie, tra gli altri).
Tradotto in termini semplici: hic sunt Avengers.

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Ve lo dico da subito: se non avete visto i precedenti film della serie (in particolare The Avengers e Captain America: Civil War) dubito che apprezzereste a fondo questo film, perchè non solo fa parte dello stesso universo, ma la storia prende le mosse dagli eventi raccontati nelle pellicole precedenti, in particolare le due sopracitate.

Detto ciò, passiamo all’analisi del film.
La storia racconta del quindicenne Peter Parker, un ragazzo di New York, che ha acquisito, in circostanze per il momento ignote, dei poteri “da ragno”: superforza, riflessi rapidi, la capacità di camminare sulle pareti. Sempre per motivi ancora ignoti, il ragazzo ha deciso di usare questi poteri per aiutare le persone ed è per questo che Tony Stark, alias Iron Man, lo contatta per farsi dare una mano durante la battaglia contro Captain America (vedi Civil War). Dopo un flashback risalente all’epoca della battaglia di New York (vedi The Avengers), e un piccolo spezzone con Peter che fa il vlog degli eventi della Civil War dal suo punto di vista (è pur sempre un teenager), la storia prende le mosse dal povero Peter che, due mesi dopo, sta ancora aspettando di venire convocato alla Avengers Tower per “la prossima missione”. Intanto si destreggia tra scuola e compiti da supereroe di quartiere, come salvare i gatti, fermare i ladri di bici e aiutare le signore dominicane che si sono perse.
Immaginatevi un attimo la scena: un quindicenne, con poteri incredibili, sotto l’assalto degli ormoni, tenuto in panchina dai grandi. Cosa vi potreste aspettare da uno così? Guai, punto.
Infatti il nostro Spidey scopre un giro di armi aliene nel suo quartiere e, ovviamente, decide di indagare più a fondo.

Analizzando la trama, ci sono alcuni punti da considerare: innanzitutto, anche se si inserisce in pieno nel solco dei film degli Avengers, ha un taglio decisamente diverso. Stiamo parlando di un quindicenne tutto sommato normale, con i normali problemi di ogni quindicenne, quindi i compiti, i bulli, le ragazze, la famiglia che si preoccupa, a cui si vanno a sommare i compiti da supereroe. Ma a differenza degli altri Avengers, l’ambito di azione di Spider-Man è molto più piccolo è limitato: è un ragazzo normale, che non ha le risorse di Iron Man, non è una leggenda della nazione come Captain America, non è un Dio come Thor, eccetera. E’, semplicemente, un “amichevole Spider-Man di quartiere”. Anche il villain della situazione, quindi, è regolato di conseguenza: Vulture non è un Signore del Male o altro, è un trafficante di armi come ce ne sono molti nel mondo, oltretutto di basso livello. Non è neanche particolarmente malvagio come personaggio, è un padre che cerca di fare del suo meglio per far star bene la sua famiglia (sbagliando).
Oltre a un respiro decisamente più limitato, questo film, a differenza degli altri, è molto più pop, adolescenziale, mostrando un adolescente normale (non smetterò mai di ripetere quanto questo ragazzo sia normale, perchè è importante) con il suo carattere acerbo, il suo entusiasmo e la sua impazienza.
In particolare ho amato il rapporto tra Peter e Tony Stark: Tony si presenta come un mentore, una specie di figura paterna, che fa del suo meglio per non tarpare le ali a Peter, ma contemporaneamente cerca di tenerlo al sicuro, perchè sa molto bene quanto possa essere pericoloso essere un Avengers. Per chi ha conosciuto Tony Stark negli altri film, vederlo in queste vesti stringe il cuore (a me in particolare, che mi ritrovo molto nel personaggio di Tony e ho per lui un occhio particolare).
Un altro aspetto che ho molto apprezzato è stato l’aver saltato a piè pari gli inizi di Peter come supereroe: vedere un altro film con lui che viene morso da sto caspita di ragno, scopre i poteri, muore suo zio e tutta la pappardella mi avrebbe fatto venire il latte alle ginocchia. Cara grazia, mamma Marvel ha deciso di dare per scontato che tutti in sala conoscessero già, o avessero almeno una vaga idea, come Peter è diventato un supereroe: d’altro canto, penso che una cosa del genere possano permettersela solo con Spider-Man, che è praticamente un’icona.

Riassumendo: un film molto allegro, pop, con momenti comunque seri e intensi, che garantisce una serata piacevole e un po’ di sano hype che non fa mai male. Decisamente consigliato.

Voto: 4/5

 

Telefilm che passione – Black Sails

SONO IN LACRIME.

E’ LA COSA PIU’ BELLA CHE ABBIA MAI VISTO.

COMICS: First Look At ACTION COMICS #17 - Grant Morrison's Penultimate ...

Seriamente. Io ho già sbandierato da qualche parte il mio amore per i pirati, quindi non dovrebbe sorprendere più di tanto che io abbia amato questa serie, ma qui siamo OLTRE. Qui non abbiamo solo pirati, avventura, battaglie e spargimenti di sangue: qui ci sono i Sentimenti. Quelli veri, che toccano le corde più profonde dei nostri cuoricini di spettatori, quelli che ti uccidono da dentro e fanno colazione con il tuo intestino, annaffiato da litri delle tue lacrime amare. Signori, questa è più di una serie televisiva, è una LEGGENDA.Black Sails GIF - Find & Share on GIPHY

Ma cerchiamo di andare con ordine.
Black Sails è una serie composta da quattro stagioni in totale (sì, è conclusa), prodotta da Starz, la stessa che sta producendo anche Outlander, altro telefilm di buona qualità (mai quanto Black Sails, anche se mia madre non sarebbe d’accordo).
La storia che si propone di raccontare è, fondamentalmente, un prequel del romanzo di Robert Louis Stevenson, L’Isola del Tesoro (di cui vi ho fatto una recensione qui), ambientato circa venti anni prima degli eventi del romanzo e che spiega la genesi di quel benedetto tesoro e, soprattutto, come diavolo sia finito sepolto in quella benedetta isola.
I due protagonisti principali (lo so che è una ripetizione, ma poi capirete perchè uso questa espressione) sono quindi i due pirati che più sono coinvolti nella storia di questo ricco forziere, ossia il famigerato Capitano Flint e Long John Silver, all’inizio della serie solo John Silver. Si parla del loro incontro, del loro rapporto, delle avventure che vivono insieme, dei vicendevoli tradimenti e salvataggi, in un modo sempre più profondo coinvolgente.

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Ma non è solo questo: attorno a loro si avvicendano altre storie, altri protagonisti, altrettanto profondi e leggendari. Parlo di Jack Rackham, Charles Vane, Anne Bonny, Edward Teach alias Barbanera: i grandi che hanno fatto la storia della pirateria, quella reale. E’ incredibile come siano stati mescolati personaggi di fantasia (Silver, Flint), personaggi storici (Rackham, Teach) e nuovi personaggi originali, come Eleanor Guthrie o la prostituta Max, giusto per dirne due.
Prima ho detto che la storia ruota intorno a Silver, Flint e il tesoro, ma non è del tutto corretto. La storia narra di eventi legati alle loro vicende, ma è soprattutto incentrata su Nassau, l’isola covo dei pirati, sui personaggi che le gravitano intorno e sulla lotta per il controllo dell’isola, prima tra pirati e poi contro il cosiddetto mondo civilizzato. E’ una storia che narra della lotta di uomini e donne che non si sentono compresi (nel senso più letterale del termine) nel mondo civilizzato e lottano per cambiarlo o distruggerlo, a seconda dei casi. E’ una storia di esseri umani, ciascuno con le sue peculiarità e il suo intero universo personale, che si intrecciano e si scontrano in un ritmo che ricorda le onde dell’oceano.

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Una delle cose più belle di questa serie è la sua coerenza: a vederla sembra (e probabilmente è vero) che le quattro stagioni siano state scritte insieme, come un’unica grande storia che ha i suoi tempi e le sue svolte, e nessun successo o insuccesso di pubblico avrebbe potuto distogliere i narratori dal portarla avanti come intendevano fare fin dall’inizio. E questo hanno fatto: dritti per la loro strada, senza timore di perdere pubblico facendo scelte forse impopolari, tipo uccidendo alcuni dei personaggi più amati (e non farò spoiler qua).
Quindi più che una serie tv è una specie di romanzo a puntate, che prosegue coerente nella trama e nello sviluppo dei personaggi.
Che a proposito di personaggi: abbiamo un bel campionario, pure qua. Da personaggi di qualsiasi orientamento sessuale o quasi, a relazioni non-monogame, a schiavi neri, gente con disabilità, sono state toccate parecchie categorie di personaggi normalmente un po’ bistrattati. Ma questo fatto è solo un surplus, un’aggiunta al profondo lavoro che attori e sceneggiatori hanno fatto nel rendere i personaggi incredibilmente umani e reali: lungi da essere mostri assetati di sangue, questi pirati sono veri esseri umani, che amano e odiano con un’intensità a volte sconvolgente, e ci trascinano nel vortice delle loro emozioni (di nuovo, siamo sempre qui).
Tutte le parti tecniche sono rese in modo incredibile: i costumi, le ambientazioni, gli effetti speciali (pochi, per un’opera storica, ma ben utilizzati), la musica, Dei che musica!, sono tutti curati al dettaglio per creare un’opera che fosse la più coinvolgente possibile.

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E per finire questo sproloquio (anche se andrei avanti ore a parlare di questo telefilm), IL FINALE. Il finale è qualcosa di spettacolare, che mi ha ucciso interiormente per la quantità di lacrime che ho versato, frutto di una tensione e di un pathos che raramente ho riscontrato in una storia di qualsiasi formato, sia esso telefilm, film o addirittura libro.
Ogni fotogramma di questo telefilm è emozionante, ma l’episodio finale e quello precedente sono tra quelli che mi hanno sconvolto di più.

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Ci sarebbe ancora molto da dire su questa serie, ma concluderò dicendovi questo: guardatela. Non ha ricevuto abbastanza amore per quello che merita, per essere uno dei capolavori più incredibili del nostro tempo, per essere così piena di azione ma anche piena di poesia, per i giri incredibili che fa fare ai cuori di chiunque la guardi.
Guardatela, e cambierà per sempre il vostro modo di vedere le serie tv.

Voto: 200/5

Telefilm che passione – Death Note

Nuova recensione telefilmica! Questa volta tocca a una serie anime che non ha bisogno di presentazioni: Death Note!

 

Se scrivi il nome di una persona sul quaderno, essa muore.
Se ci pensate è agghiacciante: un povero ragazzo sta passeggiando, trova un quaderno, magari ci scrive sopra il nome della ragazza che gli piace…e lei muore. Cioè, aiuto!

Per fortuna (o per sfortuna, direi) questo Death Note, o quaderno della morte, ha un bel titolo scritto sopra e tante belle regole chiare scritte in prima pagina. Vedendo cotanta malvagità, il povero ragazzo di prima girerebbe al largo.

Light Yagami invece no (1). Light è un ragazzo normale, uno studente modello di Tokio, dove vive con la sua famiglia. Studia, va a casa, va ai corsi preparatori, ritorna a casa. Finchè un giorno trova un certo quaderno, e invece di fare come tutti gli esseri umani e lasciarlo lì, lo prende e decide di usarlo per uccidere i criminali e diventare il Dio di un Nuovo Mondo (le maiuscole sono d’obbligo).
Ovviamente la cosa non passa inosservata, e non passa molto tempo che subito si palesa un temibile avversario, che darà non pochi problemi a Light e al suo piano malvagio: L, il più grande detective del mondo, di cui nessuno conosce il vero nome!

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Comincia così una lotta senza esclusione di colpi, fatta di ragionamenti cervellotici, mosse strategiche e colpi di scena inaspettati, fino all’epica battaglia finale.

Ora. Chiariamo subito che: io ho letto il manga. Svariate volte, oltretutto. Adoro questa serie, adoro L, detesto Light dal più profondo del mio cuoricino, e in generale sono una grande fan degli Shinigami. Detto ciò.
Di questa serie mi è piaciuta solo la prima parte, fino al famigerato episodio 25 (che nel manga sarebbe il capitolo 58): da lì in poi, è stata una discesa nell’abisso.
Il punto di questo anime è che, a parte tre scene contate che sono state aggiunte, è identico al manga. Ma uguale uguale proprio. L’unica cosa che cambia è il finale, in peggio in questo caso: voglio dire, il finale del manga era perfetto, praticamente ineccepibile, perfettamente in linea con la storia. Quello dell’anime, invece, è una roba di cui non capisco proprio il senso. Per inciso, il succo di quello che succede è identico: è il modo in cui lo mostrano che mi lascia basita.
A parte questo (anzi, forse proprio grazie a questo), questa è una serie molto bella: la trama è intricata e densa, senza spazi per divagazioni varie (a parte una scena aggiunta tra L e Light che, giuro, sembra l’inizio di un porno); L e Light sono resi in maniera superba, insieme a una manciata di altri comprimari; i disegni sono belli, l’animazione è fatta bene. Direi che ci sono tutti gli ingredienti per una buona serie.

Vi dico una cosa, però: se doveste scegliere se seguire l’anime o il manga, scegliete il manga. E’ la stessa identica cosa, ma il finale è molto meglio. Se avete già letto il manga, lasciate perdere, per lo stesso identico motivo.

Voto: 4/5

(1) perchè è un demente.

Ciak, si gira! – Kubo and the Two Strings

…scusate, non penso di farcela *si soffia il naso*

Kubo è un piccolo cantastorie senza un occhio: ogni mattina, si sveglia nella caverna dove vive con la sua mamma, le prepara il riso, fa qualche origami per farla sorridere e, appena la campana segna il levarsi del sole, scende al villaggio. Lì, passa la giornata raccontando storie sul grande eroe Hanzo, suo padre, animando gli origami con una segreta magia. Ma Kubo non riesce mai a finire le sue storie: ogni sera, appena la campana suona al calar della notte, lui scappa di corsa verso casa. Là, sua madre gli racconta altre storie, e gli ripete sempre gli stessi tre ammonimenti: uno, portare sempre con sè l’amuleto a forma di scimmia, due, indossare sempre il kimono di suo padre, tre, non stare mai fuori di casa con il buio, altrimenti suo nonno, il malvagio Re Luna, sarebbe arrivato per prendersi l’altro suo occhio.
Ma una sera Kubo, senza volere, disobbedisce…

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Kubo and the two strings, in Italia Kubo e la spada magica (quale spada magica???) è un piccolo gioiellino dell’animazione in stop-motion. Candidato all’Oscar come Miglior film di animazione, che poi gli è stato soffiato da Zootropolis (e qua mi fermo, se no mi parte la polemica), narra l’avventura di un ragazzino, alla ricerca di un’armatura magica, in compagnia di una scimmia parlante e un uomo-scarabeo con l’amnesia, inseguito da terribili donne mascherate. E’, sostanzialmente, la storia di una famiglia divisa, di un ragazzino che ne fa le spese e che, in qualche modo, riesce a uscirne più forte e più saggio.

Per dire il mio giudizio in tre parole: preparate i fazzoletti.

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Questo è uno dei film più commoventi che abbia mai visto, giuro che non piangevo così tanto dai tempi di Titanic (va beh che ultimamente ho la lacrima facile). La trama è bella, forse con qualche buchino qua e là, ma poetica ed epica allo stesso tempo. Le atmosfere orientaleggianti ci trasportano in un mondo di samurai e magia, con una colonna sonora assolutamente all’altezza, un buon doppiaggio (l’unico che mi inquieta è Kubo, ma gli altri sono eccelsi) e dei personaggi resi molto bene, dalla madre combattiva, alla scimmia iperprotettiva e sarcastica, all’uomo-scarabeo smemorato e spiritoso, al piccolo Kubo, così piccolo e già così filosofo.
Anche la grafica fa la sua parte: non una delle grafiche migliori che abbia mai visto (la stop motion non è esattamente la mia tecnica preferita, visivamente parlando) ma comunque pregevole.
Insomma, sicuramente si tratta di un film estremamente piacevole, commovente ma con un finale comunque degno.
Lo consiglio vivamente a grandi e bambini,

Voto: 4/5

Il Trailer:

SongStories #2

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Bentrovati a tutti voi, gentili e affezionati biblio-utenti! E’ già il 23 del mese, e anche questa volta torna con noi la rubrica più amata della nostra Biblioteca (non è vero, ma lasciatemi sognare): SongStories! Cioè canzoni che raccontano storie/sono tratte da libri/sono tratte da film tratti da libri/raccontano un momento storico/sono storiche esse stesse (e chi più ne ha più ne metta).
Cianco alle bande ora, veniamo dunque alla canzone di questo mese, che unisce uno dei miei libri preferiti con la ma cantante preferita: musica maestro!

The Mystic’s Dreams – Loreena McKennitt

 

La Canzone

Una delle canzoni più mistiche in assoluto (si vede già dal titolo!), The Mystic’s Dreams deve la sua fama al fatto di essere diventata la colonna sonora di The Mists of Avalon, la mini-serie tratta dall’omonimo romanzo di Marion Zimmer Bradley (in Italia Le nebbie di Avalon). Il libro, così come la mini-serie, tratta la storia di Morgana la Fata, sorellastra di Re Artù e sacerdotessa dell’Isola Sacra, Avalon. Il romanzo prende molto dalle idee del mondo pagano moderno, creando un’atmosfera mistica e religiosa, ripresa dal telefilm, che viene ben espressa da questa canzone.

Ecco il testo:

“A clouded dream on an earthly night
hangs upon the crescent moon
a voiceless song in an ageles light
sings at the coming dawn
birds in flight are calling there
where the heart moves the stones
it’s ther that my heart is longing
all for the love of you

A painting hangs on an ivy wall
nestled in the emerald moss
the eyes declare a truce of trust
and then it draws me far away
where deep in the desert twilight
sand melts in pools of the sky
when darkness lays her crimson cloak
your lamps will call me home.

And so it’s there my homage’s due
clutched by the still of the night
and now I feel you move
every breath is full
so it’s there my homage’s due
clutched by the still of the night
even the distance feels so near
all for the love of you.

A clouded dream on an earthly night
hangs upon the crescent moon
a voiceless song in an ageles light
sings at the coming dawn
birds in flight are calling there
where the heart moves the stones
it’s ther that my heart is longing
all for the love of you”.

Traduzione:

“Un sogno nebuloso in una notte terrestre
aggrappata alla luna crescente
una canzone senza voce, in una luce senza età
canta all’alba che sta arrivando
gli uccelli in volo si stanno chiamando là
dove il cuore smuove le rocce
è là che il mio cuore è desideroso
tutto per amor tuo

Un dipinto appeso su un muro d’edera
immerso nel muschio verde smeraldo
gli occhi dichiarano una tregua sulla fiducia
e poi vengo lanciato via lontano
nel profondo del crepuscolo deserto
la sabbia si scioglie in pozze di cielo
quando l’oscurità posa il suo mantello cremisi
le tue lampade mi chiameranno
mi chiameranno a casa.

E allora ecco il mio doveroso omaggio
afferrato dal silenzio della notte
e ora sento, sento che ti muovi
ogni respiro è pieno
allora ecco il mio doveroso omaggio
afferrato dal silenzio della notte
anche se la distanza sembra così poca
tutto per amor tuo.

Un sogno nebuloso in una notte terrestre
aggrappata ad una luna crescente
una canzone senza voce, in una luce senza età
canta all’alba che stà arrivando
gli uccelli in volo si stanno chiamando là
dove il cuore smuove le rocce
è là che il mio cuore è desideroso
tutto per amor tuo”.

(Traduzione a cura di Flavio Poltronieri)

 

La Cantante

Loreena Isabel Irene McKennitt (Morden, 17 febbraio 1957) è una cantautrice e polistrumentista canadese.
È riconosciuta come un’icona della musica celtica, per avere eseguito brani tradizionali come, tra gli altri, Blacksmith e She Moved Through The Fair. Ha venduto nel corso della sua carriera più di 14 milioni di copie.
The Mystic’s Dream è compreso nel suo quinto album, The Mask and the Mirror del 1994.

Alla prossima SongStory!

Ciak, si gira! – Animali Fantastici e dove trovarli

Tan tan tanananan, tan tan…tan!

 

 

E’ mai possibile che mi stavo mettendo a piangere già al logo della Warner Bros.?

Come forse non avrete mancato di notare, quando si parla di Harry Potter divento emotiva e il mio cervello comincia fare tanti bei crack. Evidentemente ho qualche problema.

In ogni caso, sono andata a vedere il nuovo capitolo della saga sul Mondo Magico (ormai per me è così che si chiama) con la Sister, drappeggiate nelle nostre magliette di Hogwarts (Serpeverde per me, Tassorosso per lei) (la strana coppia). Eravamo eccitatissime, e, devo dire, non siamo rimaste deluse.

Per chi non la sapesse già, breve riassunto del film (senza spoiler): è il 1926. Mentre nel mondo Babbano cominciano a profilarsi le idee che porteranno al potere il partito nazista in Germania, il mondo Magico vive un’atmosfera simile con i vari attacchi di Gellert Grindelwald e dei suoi seguaci, convinti sostenitori della necessità dei maghi di uscire allo scoperto e sbarazzarsi dei Babbani una volta per tutte. Dopo aver causato parecchi problemi in Europa, Grindelwald sparisce, facendo sospettare molti di aver lasciato il Vecchio Continente.

Cambio scena: a bordo di una nave, in avvicinamento al porto di New York, sta un giovane mago dalla zazzera rossa, tale Ron Weasley Newt Scamander. Con lui, una valigia a dir poco sospetta.
Il giovane Newton Artemis Fido Scamander, in giro con il suo cappotto azzurro e la sua sciarpa di Tassorosso, scende dalla nave e comincia a vagolare per New York senza una chiara meta, fino ad arrivare davanti a una banca. A quel punto succedono tre cose, più o meno in quest’ordine:

  1. Assiste a un comizio dell’Inquisizione Spagnola dei Secondi Salemiani
  2. Perde uno Snaso
  3. Scambia la valigia con quella di un aspirante pasticcere Babbano di nome Kowalsky

La Valigia. Che contiene tutti gli animali fantastici che Newt ha raccolto nei suoi viaggi.
Inevitabilmente, il Babbano apre la valigia, e alcuni animali scappano. Comincia così una caccia all’animale per New York degna dei migliori episodi di Pokemon.

Gotta catch’em all!

Sarà mica finita qui? Eccertocheno.
Mentre Newt vagola per la Grande Mela, un’oscuro essere semina il caos tra i Nomag (i Babbani), distruggendo cose e terrorizzando la città. Il Magico Congresso degli Stati Uniti d’America (MACUSA), nella persona dell’inquietante Auror Percival Graves, indaga…

Che dire di questo film?
Personalmente l’ho trovato molto immaginifico: gli effetti speciali abbondano, soprattutto per mostrarci tanti, bellissimi, nuovi animali Fantastici, tutti teneri e colorati. Ho amato il Thunder Bird, uno splendido uccello gigante che causa tempeste con le ali.
La trama mi è piaciuta: è sia allegra che oscura, con la giusta commistione di momenti ironici e divertenti e di momenti spaventosi degni dei Doni della Morte. Non è neanche così scontata come potrebbe sembrare.
I personaggi mi sono piaciuti: Newt è tenerissimo, ha ancora molto da mostrare, ma già in questo primo capitolo è assolutamente adorabile, con il suo essere palesamente più a suo agio con gli animali che con gli esseri umani. Kowalski mi ha fatto morire, probabilmente il mio preferito, il Babbano sovrappeso che finisce in questo mondo fantastico, ed è impossibile non sentirsi in sintonia con lui quando spalanca gli occhi di fronte a tutte le meraviglie che si ritrova davanti.
Tina e Queenie Goldstein, una ex-Auror impacciata, l’altra svagata Legilimens, non mi sono dispiaciute, soprattutto Queenie. Solo su Tina avrei da dire: è un personaggio che non ha mostrato molto di sè, che non è ancora nè carne nè pesce, quindi non so ancora bene cosa pensare di lei. Spero che nei seguiti sia presente e si apra un po’ di più.
Per quanto riguarda la famosa comparsata di Johnny Depp (sì, c’è anche lui)…no ragazzi, non ci siamo. Non è così che mi aspettavo il suo personaggio, mi è sembrata più una poracciata che altro.
La cosa più bella, secondo me, a parte gli animali, è stata l’ambientazione: New York, anni 20. Il proibizionismo unito alla forte reclusione dei maghi, al punto di non poter neanche fare amicizia con i Babbani. Gli operai, il progresso, la difficoltà per uno straniero di approdare in America (Newt passa da Ellis Island quando arriva), un chiaro segno dell’immigrazione del tempo. Hanno unito la parte storica dei Babbani con nuove informazioni sulla comunità magica internazionale. Una cosa riuscitissima e che mi è piaciuta davvero molto.

Per concludere: mi è piaciuto? Moltissimo. Lo consiglio? Tantissimo. Inizierò un’altra maratona di Harry Potter tanta è stata forte la nostalgia? Subitissimo.

Voto: 4/5

Sacerdotesse di Avalon

Ciak, si gira! – Strange Magic

Musica. Canzoncine assurde. Fatine dai colori vivaci. Orrende creature della notte. Un filtro d’amore. E’ il momento di…

Nel bosco ci sono due Regni: Il Regno delle Fate e la Foresta Oscura. Molto prevedibilmente, nel Regno delle Fate vivono…fate (e fin qua ci arrivavamo), folletti, elfi, gnomi e tante altre creaturine gentili. Nella Foresta Oscura, altrettanto prevedibilmente, vivono esserini schifosi come goblin, ragni, insetti, eccetera. I due regni sono separati solo da una fila di primule, fiore che serve per preparare il potentissimo e pericolosissimo filtro d’amore.
La Foresta Oscura è governata da Re Palude, un essere simil-libellula con un carapace da scarafaggio che odia l’amore con tutte le sue forze, mentre il Regno è governato dal Re (sempre delle Fate). Costui ha due figlie, la bionda e svagata Alba e la decisa e cinica Marianne. A completare il quadro, ci sono Sunny, un elfo minuscolo innamorato di Alba, e Roland, ex-fidanzato fedifrago di Marianne. I due, per motivi diversi, desiderano che le due principesse si innamorino di loro, e per questo motivo l’elfetto si inoltra nella Foresta Oscura, alla ricerca della Fata Dolceprugna (che più che una fata sembra una specie di sirena), l’unica in grado di creare il filtro d’amore. Da lì in poi succederà di tutto…

Il soggetto è di George Lucas (e di chi sennò?) e si ispira a Sogno di una notte di Mezza Estate, di cui riprende soprattutto le due ragazze (una bionda e scema, l’altra mora e disincantata) e i bordelli da palcoscenico. A questo aggiunge una trama un po’ così, personaggi uno più cretino dell’altro, canzoni pop e rock tipo Sugar Pie, Honey BunchPeople are Strange (il telefono senza fili dei funghi. Il film è da guardare anche solo per questi trenta secondi) e una speciale attenzione per l’amore interraziale.

Tra i punti di forza di questo film ci sono sicuramente la colonna sonora, la grafica coloratissima, le fatine (ho un debole per le storie con le fatine <3) lo humor un po’ squinternato. Devo essere sincera, però: se vi piacciono i film con una trama seria, possibilmente coerente e con un minimo di senso…lasciate perdere. Questo lungometraggio è un tripudio di amore, glitter e buoni sentimenti, tra note di allegria e schitarrate. Ma la trama…ecco, no, va detto.
Se volete passare un’oretta e mezza in allegria, direi che è perfetto, e per quanto mi riguarda, non ho potuto fare a meno di apprezzare Re Palude, un cattivo…decisamente diverso!
Insomma, personalmente consiglio questo film a chi ama le fatine, i musical e le storie d’amore tra personaggi improbabili (non necessariamente in quest’ordine.

Voto: 3,5/5

 

 

Sacerdotesse di Avalon