Avventure nei sette mari – L’isola dei pirati

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Titolo: L’isola dei pirati
Autore: Michael Crichton
Data di pubblicazione: Gennaio 2009
Pagine: 332
Editore: Garzanti
Trama: 1665. La Giamaica, remoto avamposto della corona britannica nei cuore dei Caraibi, è circondata dalle potenti colonie spagnole. I vicoli della sua capitale, Port Royal, sono popolati di avventurieri, tagliagole e donne di malaffare, in cerca di fortuna tra le taverne e il molo. Nella calura tropicale è difficile sopravvivere e troppo facile morire, tra malattie, vendette e regolamenti di conti.
L’oro che gli spagnoli mandano dal Nuovo al Vecchio Mondo è una tentazione irresistibile, soprattutto per lo spregiudicato capitano Charles Hunter. Del resto, la legge inglese protegge i corsari che riescono a farla franca…
La voce che gira è sempre più insistente: nel porto di un’isola vicina, Matanceros, è ancorato il galeone El Trinidad, che deve portare il suo tesoro verso la Spagna. La rada è protetta da un forte inespugnabile, sotto la stretta sorveglianza del sadico capitano Gazalla. L’oceano è pattugliato dalla flotta spagnola, la giungla di Matanceros è impervia e fittissima, la fanteria e l’artiglieria spagnole sono all’erta. Ma non basta per fermare l’ambizioso Hunter, che sceglie a uno a uno i membri del suo equipaggio e architetta un piano diabolico.
L’isola dei pirati è stato ritrovato nel computer di Michael Crichton dopo la sua prematura scomparsa. Uno degli scrittori più amati di tutti i tempi ci ha lasciato un’avventura mirabolante, ambientata in un’epoca feroce e imprevedibile. Azione e atmosfera, tradimenti, vascelli e tesori fanno dell’Isola dei pirati un vero godimento per il lettore: pura suspense con tantissimi colpi di scena, il capolavoro di un maestro.

ALTRENAVI

Ohhh! Pirati! Tagliagole! Avventure! Mari in tempesta!

pirate flag gif | Tumblr

Questi sono i pensieri che mi hanno attraversato la mente quando ho visto questo libro in biblioteca. Potevo mica lasciarlo lì? Certo che no.
Peccato, però, che questa scelta non sia stata esattamente delle più sagge.

Tanto per cominciare, questo libro non parla di pirati, ma di corsari. Sì, signori miei, c’è differenza, perchè i corsari hanno la copertura assicurativa legale del loro paese, i pirati no. Quindi già il mio entusiasmo si è incrinato leggermente.
Poi, vedo l’autore, e comincio a pensare di essere piombata nell’Alba dei morti viventi: no ma dico, ma Crichton non era morto? Mi hanno mentito per tutto questo tempo?

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Leggo la quarta di copertina e vedo che no, Crichton è sempre morto e questa è un’opera postuma, rinvenuta, dice la quarta, nei meandri del suo computer come il puntale di un’anfora in un sito preistorico.
Sappiate che leggendo questo sono andata a vedere nei meandri del mio, di computer, e da brava aspirante scrittrice ci ho trovato, nell’ordine: fanfiction incompiute vecchie di secoli, bozze di roba mai scritta, parti orrendi con protagoniste con Mary Sue stampato in fronte, robe scritte malissimo, e, qua e là, storie che promettevano bene ma per cui ho perso l’entusiasmo.
Capite che questo non mi ha rassicurato.

Presa da questi funesti presagi, mi sono comunque dedicata alla lettura del volume che, non di meno, presentava la possibilità di un po’ di relax poco impegnativo.
La trama è semplice al limite del banale: un capitano inglese, Charles Hunter, decide di attaccare e saccheggiare la fortezza dispersa nei Caraibi di Matanceros, dove è messa alla fonda, come una giovenca in attesa del macello, la Nave del Tesoro spagnola. Raduna un equipaggio, si fa dare i permessi (come vi ho detto, corsaro, non pirata), e salpa all’avventura. Seguiranno, in ordine sparso: tempeste, battaglie navali, tradimenti, cannibali, kraken (giuro), scalate su montagne impervie, tesori incredibili, incontri amorosi che durano un paio di righe, incantesimi (giuro, anche qui), prigionie, torture inimmaginabili e in generale, un sacco di morti ammazzati.
Bene o male, la trama di qualsiasi storia di pirati dall’Isola del Tesoro in poi.

Ora.
Io non ho mai letto niente di Michael Crichton. So che ha scritto Jurassic Park, che è uno dei film che hanno segnato di più la mia infanzia, ma non avevo mai letto niente. Probabilmente leggerò qualcos’altro di lui, prima di dire Quest’uomo scrive da cani che è stata più o meno la mia prima reazione dopo aver posato questa superba prova di letteratura (la leggete l’ironia, sì?).

Il punto è che non è neanche lontanamente paragonabile alla fama che gira attorno a quest’uomo: è banale, piatto, i personaggi sono delle macchiette, gli incredibili colpi di scena sono quantomeno inverosimili (passi il primo contrattempo, il secondo è sfiga, il terzo sei stronzo, il quarto non sei capace).
E’ leggibile? Sì, per carità, non dico di no, è molto leggero e superficiale, va bene per una lettura da spiaggia, tanto per restare in tema. Ma ho letto libri scritti meglio, molto più originali e con personaggi meglio rappresentati.
Per non parlare della misoginia dilagante che sembra un tratto distintivo di qualsiasi pene-dotato che si metta a scrivere un libro: i personaggi femminili sono riassumibili in una prostituta, una moglie fedifraga, una nobildonna scema e una lesbica. Indovinate quale si salva?
L’ambientazione sembra piuttosto accurata, e le descrizioni sono abbastanza carine: bene o male sono le uniche cose che si salvano. Bellini anche gli stratagemmi di Hunter, anche se un po’ forzati.

Quindi, per farvela breve che si sta facendo notte, se volete perdere un po’ di tempo così, alla leggera, con un libro preso rigorosamente in biblioteca (va beh, compratelo se proprio ci tenete) allora leggetelo pure. Se invece preferite i grandi capolavori, leggetevi Stevenson.

 

Voto: 3/5

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Telefilm che passione – Black Sails

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SONO IN LACRIME.

E’ LA COSA PIU’ BELLA CHE ABBIA MAI VISTO.

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Seriamente. Io ho già sbandierato da qualche parte il mio amore per i pirati, quindi non dovrebbe sorprendere più di tanto che io abbia amato questa serie, ma qui siamo OLTRE. Qui non abbiamo solo pirati, avventura, battaglie e spargimenti di sangue: qui ci sono i Sentimenti. Quelli veri, che toccano le corde più profonde dei nostri cuoricini di spettatori, quelli che ti uccidono da dentro e fanno colazione con il tuo intestino, annaffiato da litri delle tue lacrime amare. Signori, questa è più di una serie televisiva, è una LEGGENDA.Black Sails GIF - Find & Share on GIPHY

Ma cerchiamo di andare con ordine.
Black Sails è una serie composta da quattro stagioni in totale (sì, è conclusa), prodotta da Starz, la stessa che sta producendo anche Outlander, altro telefilm di buona qualità (mai quanto Black Sails, anche se mia madre non sarebbe d’accordo).
La storia che si propone di raccontare è, fondamentalmente, un prequel del romanzo di Robert Louis Stevenson, L’Isola del Tesoro (di cui vi ho fatto una recensione qui), ambientato circa venti anni prima degli eventi del romanzo e che spiega la genesi di quel benedetto tesoro e, soprattutto, come diavolo sia finito sepolto in quella benedetta isola.
I due protagonisti principali (lo so che è una ripetizione, ma poi capirete perchè uso questa espressione) sono quindi i due pirati che più sono coinvolti nella storia di questo ricco forziere, ossia il famigerato Capitano Flint e Long John Silver, all’inizio della serie solo John Silver. Si parla del loro incontro, del loro rapporto, delle avventure che vivono insieme, dei vicendevoli tradimenti e salvataggi, in un modo sempre più profondo coinvolgente.

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Ma non è solo questo: attorno a loro si avvicendano altre storie, altri protagonisti, altrettanto profondi e leggendari. Parlo di Jack Rackham, Charles Vane, Anne Bonny, Edward Teach alias Barbanera: i grandi che hanno fatto la storia della pirateria, quella reale. E’ incredibile come siano stati mescolati personaggi di fantasia (Silver, Flint), personaggi storici (Rackham, Teach) e nuovi personaggi originali, come Eleanor Guthrie o la prostituta Max, giusto per dirne due.
Prima ho detto che la storia ruota intorno a Silver, Flint e il tesoro, ma non è del tutto corretto. La storia narra di eventi legati alle loro vicende, ma è soprattutto incentrata su Nassau, l’isola covo dei pirati, sui personaggi che le gravitano intorno e sulla lotta per il controllo dell’isola, prima tra pirati e poi contro il cosiddetto mondo civilizzato. E’ una storia che narra della lotta di uomini e donne che non si sentono compresi (nel senso più letterale del termine) nel mondo civilizzato e lottano per cambiarlo o distruggerlo, a seconda dei casi. E’ una storia di esseri umani, ciascuno con le sue peculiarità e il suo intero universo personale, che si intrecciano e si scontrano in un ritmo che ricorda le onde dell’oceano.

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Una delle cose più belle di questa serie è la sua coerenza: a vederla sembra (e probabilmente è vero) che le quattro stagioni siano state scritte insieme, come un’unica grande storia che ha i suoi tempi e le sue svolte, e nessun successo o insuccesso di pubblico avrebbe potuto distogliere i narratori dal portarla avanti come intendevano fare fin dall’inizio. E questo hanno fatto: dritti per la loro strada, senza timore di perdere pubblico facendo scelte forse impopolari, tipo uccidendo alcuni dei personaggi più amati (e non farò spoiler qua).
Quindi più che una serie tv è una specie di romanzo a puntate, che prosegue coerente nella trama e nello sviluppo dei personaggi.
Che a proposito di personaggi: abbiamo un bel campionario, pure qua. Da personaggi di qualsiasi orientamento sessuale o quasi, a relazioni non-monogame, a schiavi neri, gente con disabilità, sono state toccate parecchie categorie di personaggi normalmente un po’ bistrattati. Ma questo fatto è solo un surplus, un’aggiunta al profondo lavoro che attori e sceneggiatori hanno fatto nel rendere i personaggi incredibilmente umani e reali: lungi da essere mostri assetati di sangue, questi pirati sono veri esseri umani, che amano e odiano con un’intensità a volte sconvolgente, e ci trascinano nel vortice delle loro emozioni (di nuovo, siamo sempre qui).
Tutte le parti tecniche sono rese in modo incredibile: i costumi, le ambientazioni, gli effetti speciali (pochi, per un’opera storica, ma ben utilizzati), la musica, Dei che musica!, sono tutti curati al dettaglio per creare un’opera che fosse la più coinvolgente possibile.

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E per finire questo sproloquio (anche se andrei avanti ore a parlare di questo telefilm), IL FINALE. Il finale è qualcosa di spettacolare, che mi ha ucciso interiormente per la quantità di lacrime che ho versato, frutto di una tensione e di un pathos che raramente ho riscontrato in una storia di qualsiasi formato, sia esso telefilm, film o addirittura libro.
Ogni fotogramma di questo telefilm è emozionante, ma l’episodio finale e quello precedente sono tra quelli che mi hanno sconvolto di più.

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Ci sarebbe ancora molto da dire su questa serie, ma concluderò dicendovi questo: guardatela. Non ha ricevuto abbastanza amore per quello che merita, per essere uno dei capolavori più incredibili del nostro tempo, per essere così piena di azione ma anche piena di poesia, per i giri incredibili che fa fare ai cuori di chiunque la guardi.
Guardatela, e cambierà per sempre il vostro modo di vedere le serie tv.

Voto: 200/5

La Soffitta di Bastiano – Cuore d’Asino (di Rolly Stardust)

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Allora,  mi hanno appena comunicato la data della discussione, quindi sto più o meno iperventilando. Detto ciò, vi avevo già avvisato che sarebbero iniziato esperimenti di varia natura. Il primo esperimento lo faccio oggi: l’avevo già fatto qualche tempo fa, ma poi l’ho cancellato per mancanza di entusiasmo. Ripropongo oggi sotto forma di rubrica: ecco a voi La Soffitta di Bastiano!

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Cos’è questa nuova rubrica/categoria/cosa indefinita? Semplicemente, la Soffitta di Bastiano (Baldassarre Bucci) è il posto dove finiranno i racconti miei personali e degli utenti che vorranno mandarmeli e farli pubblicare. Basta che siano racconti originali scritti da voi e scritti in italiano corretto (se mi mandate roba scritta in smsese vi banno dall’esistenza, vi avviso). Metterò comunque tutte le info nella pagina del blog relativa.
Ordunque, inauguriamo questa nuova sezione con un racconto della sottoscritta: via con la storia!

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Nick dell’autore: Rolly Stardust
Titolo: Cuore d’Asino
Tipologia: One-Shot
Lunghezza: 3070 parole (secondo word)
Genere: fantasy, comico, avventura
Avvertimenti: AU (rispetto al mondo reale in realtà…), Linguaggio colorito (non pesantissimo però…)
Rating: giallo
Credits: Calibano è il nome di un personaggio di un’opera di Shakespeare, “La Tempesta” (che non c’entra niente). Mustang è il nome di una razza di cavalli americani. E il ginocchio da montone esiste veramente, ma non so se si può curare e se basta un minimo inciampo per rendere zoppo l’animale.
Note dell’autrice: questa storia l’ho scritta per amore di Mustang e Calibano (sì, i personaggi di questa storia). Mi piacevano e mi dispiaceva lasciarli nel dimenticatoio, solo perché ho dimenticato come si scrive una storia. In ogni caso la storia sarebbe ambientata nel 1600 circa, ma potrebbe essere ambientata in qualsiasi epoca, bene o male. Ah, e il titolo c’entra poco o niente, ma ormai non è una novità per me!
Introduzione alla storia: due animali, un sogno, e la dura realtà del deserto arabo.

 

Cuore d’Asino

“Non abbiamo acqua”
“Lo so”
La sabbia rovente gli entrava negli zoccoli facendo un male d’inferno. Il sole gli batteva sulla schiena, già abbastanza gravata dal peso del suo amico.
“Non abbiamo cibo”
“Lo so”
Continuava a camminare, mettendo una zampa davanti all’altra. Le gambe gli tremavano visibilmente.
“Non abbiamo vestiti”
“Lo s… Mustang. Perché ti servono dei vestiti?”
“Per coprirmi durante la notte, ovviamente”.
Calibano guardò il compare sotto di lui: ”Mustang…sei un cavallo. Sei pieno di peli. Sei già coperto.”
“Tu hai dei vestiti”
“Ma io sono un intellettuale, non posso certo andare in giro, come si suol dire, vestito di cielo” spiegò Calibano, sistemandosi la tunica.
“E allora? Sei un asino. Sei pieno di peli anche tu. Dividi quei vestiti con me!”
“Sia mai! Se qualcuno mi vedesse in tale stato, non sopravvivrei alla vergogna” esclamò Calibano.
“Ma se siamo in pieno deserto! Chi cazzo vuoi che passi? Maometto?” fece Mustang, sconvolto dalle obiezioni dell’asino.
“Non si può mai sapere. Piuttosto, rallenta il passo, non vorrei rischiare di cadere” fece Calibano compito.
“Se rallento ancora un po’vado all’indietro. Non puoi scendere e fartela a piedi? Almeno non rischi di sporcare i tuoi preziosi vestiti” rispose sarcastico il cavallo, sempre più stanco e affaticato.
Calibano diede una leggera zoccolata in testa al suo amico: “Sciocco! Come potrei apparire degno di rispetto, se essendo in possesso di cavalcatura non l’adoperassi a dovere? E poi sai che non posso camminare” disse.
“Perché non puoi, scusa?” chiese il cavallo, sinceramente interessato.
“Ho una malformazione al ginocchio anteriore destro, che potrebbe rendermi zoppo per tutta la vita” rispose Calibano, la voce carica di melodramma.
“Fammi vedere” fece Mustang, fermandosi e voltando la testa verso il compagno.
L’asino mostrò l’arto incriminato, la cui parte inferiore era leggermente protesa in avanti, con uno sguardo che sembrava dire sì, è una grande sofferenza la mia, ma la sopporto stoicamente.
“Hai il ginocchio da montone. E allora?” fece il cavallo.
“E allora? E’questa la tua reazione? Una minima frattura potrebbe rendermi zoppo per sempre, non hai sentito?” esclamò Calibano, colmo di disappunto per la reazione fredda dell’amico.
“Ripeto, e allora? Anche se non puoi fare lavori pesanti, non eri mica un intellettuale, tu?” disse, rivolgendo lo sguardo avanti e riprendendo a camminare.
“Il minimo inciampo potrebbe costarmi caro” fece Calibano, con una voce che pareva quasi un pigolio.
“Ma non dire minchiate, camminare per un po’ non ti renderà zoppo” disse il cavallo.
Calibano non rispose, e Mustang preferì non insistere. Continuarono così per un po’, passo dopo passo, inoltrandosi sempre di più nel deserto.

“Buonasera, buon uomo. Posso disturbarvi?”
Dahario si girò verso la voce, e si stupì non poco: di fronte a lui stava fiero un asino grigio, il cui corpo era coperto per la maggior parte da una tunica rossa con frange dorate, che scintillavano alla luce del tramonto.
“Hai bisogno di qualcosa, ciuchino?” disse all’animale. Osservandolo, notò che l’indumento nascondeva un corpo troppo gracile per un animale da tiro.
“Asino, per favore. E vorrei sapere se la vostra carovana è diretta a Damasco” fece l’animale con sussiego.
Il mercante rimase interdetto dalla risposta dell’asino, ma si riprese in fretta: ”In realtà no, ci fermiamo a Seleucia. Ma nessuna carovana va diretta a Damasco da qui. Perché?”
“Desidero attraversare il deserto. Una vanità personale, si può dire. Posso viaggiare con voi?” chiese l’asino.
“Se paghi…” disse Dahario.
“Vi darò il denaro che vi spetta. E gradirei che mi deste del voi” fece l’asino.
Dahario rimase ancora più sbigottito: ne aveva accompagnata di gente, ma questo qui non era tanto normale, pensava.
“Va bene, messere, come volete” disse, avvicinandosi al carro e tirando fuori il suo registro.
“Trasportate beni di qualche genere, signor…” disse, guardandolo da sopra il libro.
“Dottore, prego. Dottor Calibano. E no, porto solo la mia persona e quel poco che basta per sopravvivere” rispose affabile l’asino.
Il mercante fece un verso leggermente scettico, ma scrisse sul registro il nome di Calibano.
“Partiamo domattina alle sei, dottore. Avete bisogno di un posto dove trascorrere la notte?” chiese, per dimostrarsi gentile.
“No, vi ringrazio, ho già provveduto” disse Calibano “Però c’è una cosa che vorrei che mi procuraste”
“Che cosa?” chiese il mercante, un po’ sgarbato.
Calibano lo guardò da sotto in su e disse, semplicemente: ”Mi serve un cavallo”.

 

“Mi spieghi una cosa?”
Erano passate all’incirca due ore dall’ultima volta che Calibano aveva aperto il muso per parlare, e quella domanda improvvisa stupì Mustang. Era quasi mezzogiorno, per quanto in quel luogo miserabile le ore del giorno fossero tutte ugualmente calde e soffocanti. Il cavallo teneva la lingua penzoloni, da tanto aveva sete. Quanto tempo era che avevano finito l’acqua? Un giorno? Due? Non sapeva quanto avrebbe resistito in quella condizione. Cercò di non pensarci.
“Che cosa?” chiese invece.
“Tu sei un purosangue da battaglia: si vede subito dal modo in cui ti muovi. Come è possibile che un simile destriero, di razza nobile, sia finito a tirare carri per una carovana?” chiese Calibano, curioso.
Mustang nitrì leggermente: “Come fai a sapere che non lo faccio da una vita?”
“Non insultare la mia intelligenza, per cortesia” rispose Calibano “E’ assolutamente evidente”.
Mustang nitrì di nuovo: ”Hai l’occhio lungo, piccoletto” disse, con una certa ironia nella voce.
Stette a lungo in silenzio, tanto che Calibano pensò che non volesse rispondergli, quando il cavallo parlò: ”Il mio ex padrone era il suocero dello Shah”
Calibano fece un verso di ammirazione: ”Addirittura? Non immaginavo” disse.
“Non è niente di che” rispose Mustang.
Calibano aspettò che l’amico continuasse, ma, vedendo che taceva, insistè: ”Come mai non lo è più?”
Mustang diede una leggera scrollata alla criniera: ”Non la pensavamo allo stesso modo su alcune cose”.
L’asino rimase perplesso da quella risposta, ma decise di non insistere, intuendo che di qualsiasi cosa si trattasse, il suo amico preferiva di gran lunga non parlarne.
“E tu, invece?”
Calibano si riscosse: ”Io?”
“No, la duna che abbiamo sorpassato due ore fa. Certo che parlo con te, vedi qualcun altro, qui?” disse Mustang, continuando a camminare, gli zoccoli che affondavano un po’ di più nella sabbia.
Calibano fece un gemito angosciato: ”Non essere in collera” disse.
“Non sono in collera, sei tu che mi tiri fuori queste risposte con il tuo atteggiamento da babbaleo” fece Mustang.
Calibano, per una volta, decise di ingoiarsi la risposta acida che gli era venuta in mente, e invece chiese: ”Cosa vuoi sapere?”
“Com’è che un asino è diventato un intellettuale?” chiese il cavallo.
Calibano sbuffò piano: ”E’ una lunga storia”.
“Beh, il tempo non ci manca, che ne dici?” ribattè Mustang.
L’asino assentì piano e cominciò a raccontare: ”Per farla breve…quando ero piccolo, abitavo in una vecchia cascina malandata con mia madre. Eravamo selvatici, senza nessuno che badasse a noi, quindi lei tutti i giorni usciva per procurarci il cibo e io restavo sempre solo. Un giorno, mentre mi divertivo a esaminare quello che gli umani avevano lasciato, trovai un vecchio libro un po’ malconcio. Era la prima volta che ne vedevo uno, e ne rimasi affascinato. Pagine e pagine piene di quelli che per me erano solo segni sconosciuti, a quell’epoca, ma se solo fossi stato in grado di farli parlare…mille e mille storie ne sarebbero uscite. Per giorni il pensiero di quel libro occupò la mia mente, finchè…beh, degli umani ci presero. Fummo fortunati: venimmo venduti a un feudatario con una strana concezione della forza animale” ridacchiò al pensiero del suo vecchio padrone.
“Vi trattava bene?” chiese Mustang.
“Molto bene. Riuscì a farsi benvolere persino da mia madre, che non aveva mai avuto grande amore per la stirpe umana. Fu lui il primo a notare la mia malformazione, cercò personalmente un modo per curarla, ma non ebbe molta fortuna. Per arrivare al dunque, costui possedeva una biblioteca molto ben fornita: il giorno in cui ci entrai per la prima volta…non lo scorderò mai. Mi sembrava di stare in paradiso. In ogni caso, notando il mio interesse, il vecchio feudatario decise di insegnarmi a leggere: come hai detto tu, ero totalmente inadatto ai lavori pesanti, ma lui voleva comunque che io avessi un modo per sopravvivere. Man mano che diventavo più bravo a leggere, divorai uno dopo l’altro i libri della sua biblioteca: le storie che raccontavano, le verità che ho scoperto in quei libri, Mustang…tu non puoi immaginare. E poi un giorno il padrone prese una decisione che cambiò la mia vita per sempre” disse Calibano.
“Ti ha buttato fuori di casa?” fece Mustang, con un certo sarcasmo.
Calibano rise “Hai quasi indovinato: mi mandò a studiare all’Accademia Regia di Samarcanda”
Mustang girò la testa così velocemente che si fece male al collo: ”Sei laureato?” chiese con sommo sbalordimento.
Calibano gonfiò il petto e annuì solennemente: ”Hai di fronte a te Calibano della stirpe degli Onagri, dottore a pieni voti in Antiche Lettere” dichiarò pomposamente, poggiandosi uno zoccolo sul petto come a volersi mettere in posa.
“Non si è mai sentito di un animale laureato!” disse Mustang.
“Di tutta la bassa Asia, io sono il primo” continuò Calibano con somma soddisfazione.
Mustang continuò a guardarlo come se fosse uno strano esperimento degli umani. Alla fine girò la testa borbottando e riprese a camminare sotto il sole.
“Hai detto qualcosa?” chiese Calibano.
“Ho detto che è incredibile che l’unico animale laureato della bassa Asia sia un cretino” rispose caustico il cavallo “Che poi mi spieghi perché diavolo devi attraversare il dannato deserto? Non potevi restartene in Accademia?”
“Purtroppo no. Sono sorte delle complicazioni” disse Calibano.
“Quali complicazioni? Gli hai mangiato la biblioteca?”
“No, in effetti no. Per dirla semplicemente, il mio padrone è morto e il suo erede non ha ritenuto necessario continuare a spendere soldi per un animale. E l’Accademia mi ha congedato” disse Calibano, con voce neutra.
Mustang continuò per un po’ in silenzio.
“Mi dispiace” disse alla fine.
“Apprezzo ma non serve: io ne sono ben contento” fece Calibano “Ho avuto un buon motivo per partire, verso una città che volevo visitare sin da cucciolo”.
“E quale accidenti sarebbe? Damasco?” chiese il cavallo, ricordando che l’asino era diretto lì.
“No, Damasco è solo una tappa del mio viaggio. La mia meta è ben più importante” disse Calibano, con gli occhi che rilucevano.
“Più importante di Damasco? Che razza di città è?”
Calibano sorrise: ”Hai mai sentito parlare di Roma?”

Mustang era nella stalla e mangiava. Mangiava perché non aveva nient’altro da fare. Mangiava per non ricordare la sua vita passata. Per non ricordare le mille esercitazioni, quei modi di fare da re del mondo che anche lui aveva avuto. Per non ricordare il sangue, la carica, le urla degli uomini che morivano, i nitriti dei suoi simili che imploravano aiuto. Per non ricordare come il suo cavaliere l’aveva spronato, a gettarsi contro quelle palizzate, e come lui invece aveva sgroppato, l’aveva fatto cadere ed era fuggito via, lontano dall’odore di morte e dal suono della guerra.
Cercava di non ricordare, ma era difficile, Soprattutto quando ogni singolo giorno ripensava al suo vecchio cavaliere, alle corse e al vento che gli fischiava intorno, quando credeva di essere il padrone del mondo. E forse lo era.
Cercava di non ricordare gli anni che erano passati a trasportare carri da una città all’altra, da una parte all’altra del deserto, quello stesso deserto che lo attirava e lo terrorizzava al tempo stesso, in cui avrebbe voluto mettersi a correre libero di nuovo, come una volta, a costo di perdersi tra le dune e morire.
Mangiava perché sapeva che ormai erano solo sogni passati. Mangiava perché sapeva che probabilmente quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio.
Mangiava, e a mala pena si accorse che il suo padrone gli si era avvicinato, per dargli una bella notizia: niente carri questa volta. Avrebbe avuto un cavaliere.
Mustang sentì che lo avrebbe odiato fino alla fine del viaggio.

 

Due ore dopo, Mustang si bloccò all’improvviso, la sabbia che scendeva a rivoli intorno ai suoi zoccoli, il sole rovente a incorniciarli come fossero stati uno dei Re Magi e il suo nobile destriero- guerrieri di tempi andati.
“Scendi”
Calibano strabuzzò gli occhi: “Eh?”
“Ho detto scendi, sei pesante e sono stanco morto e odio questo deserto di merda. Scendi e continua da solo, e lasciami morire in pace”
“Suvvia Mustang, quanto sei melodrammatico! Tempo una giornata o due e saremo di nuovo in mezzo alla civiltà, a bere succo ghiacciato e…”
“Lo dici da una settimana e siamo ancora in mezzo a questo cazzo di deserto. Ormai piscio sabbia. Scendi!”
“Ma che razza di linguaggio! Mustang, smettila di fare il catastrofico e prosegui lungo la via”
“Ti ho detto di scendere, fottuto asino! Scendi!”
“Non scendo! Quando mai si è sentito di un destriero che lascia a piedi il proprio cavaliere, Mustang? Comportati come si confà alla tua stirpe!”
“Quando mai si è sentito di un asino su un cavallo? Anche tu hai gli zoccoli, quindi scendi da lì e fattela a piedi come tutti i cavallidi di questo mondo”
“Si dice equini, signorino, e comunque…” Mustang cominciò a dare sgroppate così forti che Calibano, già in precario equilibrio per via della sua natura asinina, cadde tra la sabbia e rotolò per un bel pezzo.
“Potevi uccidermi!” gridò l’asino, visibilmente sconvolto.
“Che peccato” fece Mustang, con tono sarcastico.
“Non usare quel tono con me, caro il mio destriero! Sono laureato io, sai? Un po’ di rispetto!”
“Sarai anche laureato, ma sei riuscito a farci perdere, tutti e due” disse Mustang.
Calibano si grattò la testa con lo zoccolo: “Non era a me che era stata affidata la guida della carovana. Come potevo mai immaginare che saremmo stati attaccati dai banditi e che avremmo dovuto contare solo su noi stessi per uscire dal deserto?”
“Trasportavamo seta, idiota. Sai quanto vale la seta in Europa? E tu saresti laureato?” esclamò Mustang, le cui gambe tremavano così forte da produrre un sonoro schiocco ogni volta che le ginocchia si scontravano.
“Sono un letterato, un uomo di studi, non un mercante! E comunque…Mustang?”
Mustang si era accasciato a terra. Calibano cominciò a spaventarsi: sapeva abbastanza sulle abitudini equine da sapere che quando un cavallo è a terra è perché difficilmente si rialzerà.
L’asino si rialzò a fatica e trotterellò vicino al compagno. ”Amico” disse, cercando di mantenere la calma “Non te ne andare, eh? Non puoi lasciarmi qui da solo. Non puoi mollare così, rialzati. Dai…”
Calibano cercò di scrollare l’amico col muso, dandogli dei colpetti sulla schiena e sul muso. Mustang aveva il respiro affannoso e gli occhi chiusi, mentre perline di sudore gli ricoprivano la criniera nera, ormai stopposa e piena di nodi.
“Non morire, Mustang, non morire…non puoi abbandonarmi, devo ancora darti metà della paga…” ragliò Calibano, disperato.
“E come pensi…di pagarmi…se non hai…più niente…” cercò di dire il cavallo, la voce che si abbassava sempre di più.
“Posso trovare un modo, ho sempre un cervello prodigioso, no? Ma tu devi restare sveglio, amico mio” disse Calibano.
Mustang fece un suono a metà tra una risata e un colpo di tosse. Aprì gli occhi e si volse leggermente verso il compare: “Addio, asino.” La sua testa ricadde pesantemente sulla sabbia e i suoi occhi si chiusero.
“No, Mustang, no…Svegliati! Svegliati! Mustang! Hi-ho! Hi-ho!” Calibano ragliò e ragliò, ma il suo amico rimase immobile, sordo a qualsiasi richiamo. Calibano non riusciva a crederci.
“Non è possibile, no…Aiuto! Qualcuno mi aiuti!” Ragliò e ragliò disperatamente al cielo, al deserto, nella speranza che qualcuno lo udisse. Ragliò e ragliò fino a perdere la voce, mentre il suo grido di aiuto si disperdeva, udito solo dalla sabbia e dal vento.

Calibano stava facendo una cosa che non considerava molto consona: stava bevendo l’acqua della fontana di fronte alla basilica di San Pietro. Considerato il viaggio che aveva compiuto, però, si sentiva più che giustificato.
“Hai finito di bere come un cammello?”
Calibano si girò verso l’amico, che lo stava guardando con aria di disappunto.
“Mi stavo solo rinfrescando la gola” disse, trotterellando verso di lui.
Mustang guardava la fontana che scintillava al sole del mattino: “Non voglio più vedere dell’acqua in vita mia” sentenziò.
“Suvvia, se non avessi bevuto acqua, nel deserto, saresti morto” rispose Calibano, con tono ilare.
“Ah, intendi quella volta che ti sei messo a ragliare come un pazzo e ti sei fatto sentire dagli stessi banditi che ci avevano assalito la prima volta? Preferivo restare ad agonizzare” fece Mustang, caustico.
“Siamo comunque riusciti a fuggire alle loro grinfie, se ben ricordo” puntualizzò l’asino.
“ Resta comunque il fatto che non voglio più vedere dell’acqua in vita mia: è l’ultima volta che ti seguo su una nave” ribattè il cavallo.
Calibano sorrise, al ricordo del loro viaggio attraverso il Mediterraneo: Mustang aveva passato tutto il tempo con la testa fuori dalla murata, al punto che aveva rischiato di finire in acqua una volta o due.
“Bene, siamo a Roma, il tuo sogno si è avverato. E adesso?” chiese il cavallo all’amico.
“Adesso non saprei: credo che per un po’ mi godrò la città. Ci sono così tante cose da scoprire…” disse, guardandosi intorno con aria sognante.
“E poi?” incalzò Mustang.
“E poi non lo so…Carpe diem, Mustang!” rispose tranquillo il compare.
Il cavallo scosse la testa, rinunciando a capire il linguaggio astruso dell’amico.
“In ogni caso…io ho ancora bisogno di un destriero” disse Calibano, con aria vaga.
Mustang lo guardò: ”Se vuoi che rimanga con te, basta chiedermelo” disse con sguardo penetrante.
“E comunque camminare un po’ non ti farà male”.
Calibano lo guardò supplichevole: ”Rimani con me, amico mio?” chiese, con una vocina sottile sottile.
Mustang sbuffò: ”Solo se mi aumenti la paga” disse alla fine.
“Ti ricordo che non ho ancora un modo per guadagnarmi da vivere” fece Calibano.
“Non avevi detto che avresti usato il tuo cervello prodigioso? Allora usalo” disse il cavallo.
“Infatti, infatti…ho un’idea. Farò lo scriba” decise, allegro.
“Perché, riesci a scrivere con quegli zoccoli?” disse Mustang, caustico.
“Mio caro amico quadrupede, il fatto che io non abbia i pollici opponibili, non significa che non sappia sfruttare quelli degli altri” disse l’asino.
“Allora perché fare lo scriba?” chiese l’altro.
“Per Maometto, Mustang, uno scriba è un letterato! Un poeta! Un maestro nell’uso delle parole!” esclamò Calibano, scandalizzato.
“Ah. Pensavo che scrivesse e basta”
“No, non scrive e basta”
Continuarono a discutere, il cavallo che portava in groppa l’asino, mentre si allontanavano in cerca di nuove avventure tra i vicoli della Città Eterna.

Sei mesi dopo
“Come sarebbe a dire che vuoi attraversare l’Atlantico?”

 

Racconto di Rolly Stardust.
Non copiare senza il permesso dell’autrice.
I trasgressori saranno perseguiti a norma di legge.

Telefilm che passione – Gravity Falls

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Ed eccoci di nuovo qui, a Telefilm che passione! Quest’oggi non parleremo di un telefilm vero e proprio, bensì di una serie animata che oserei definire eccelsa: Gravity Falls.

 

Non è una sigla bellissima?

Gravity Falls è una serie animata di Disney Channel, e si compone di due sole stagioni di venti episodi l’una. Non vi lasciate ingannare dall’emittente: personalmente l’ho trovata di altissimo livello, pur essendo rivolta a dei bambini barra ragazzini. A parte per la qualità in sè dei disegni e del montaggio, che personalmente trovo fantastica, è soprattutto la trama a colpire.
I protagonisti sono Mabel e Dipper Pines, due fratelli gemelli di dodici anni: lui è curioso, testardo, impacciato, serio e affascinato dai misteri, mentre lei è esuberante, ottimista, sempre colorata, allegra e completamente fuori di testa. I due vengono mandati dai genitori a trovare il loro prozio nella cittadina di Gravity Falls, nell’Oregon, luogo dove accadono spesso e volentieri avvenimenti inspiegabili e a volte ai limiti dell’assurdo. Le puntate sono all’apparenza slegate, ma man mano che si procede nella serie si vede come tutto sia legato da un filo conduttore che ogni tanto esplode in modi che definirei senza dubbio epici o quasi.

La trama, poi, riserva sempre qualche sorpresa che non ti saresti mai aspettato, ed è incredibile come sia curata nei dettagli. E’ bellissimo anche lo spazio riservato ai vari personaggi: Dipper e Mabel con il loro rapporto, ma anche il prozio Stan e i suoi misteriosi segreti, Soos, Wendy e il suo rapporto con Dipper, per non parlare di tutti gli altri straordinari personaggi che popolano la valle, alcuni veramente assurdi.

Sono due in particolare, però, che ho trovato particolarmente bene fatti, posto che comunque sono tutti straordinari e ben poco stereotipati: mi riferisco a Mabel Pines e all’antagonista principale della serie, Bill Cipher.

Parlando di Bill, è un cattivo con i controcosì: malvagio, pazzo, sarcastico, manipolatore, imprevedibile e senza scrupoli. E’ il più Cattivo di tutti i Cattivi che mi sia mai capitato di vedere. E poi è un triangolo.

Come cattivo Bill è straordinariamente ben fatto: è spaventoso (perchè lo è, fidatevi) nonostante il suo aspetto tutto sommato tranquillo: voglio dire, è un triangolo giallo, santo cielo! Chi è che ha paura di un triangolo giallo? E invece dopo aver visto la serie penso che sarete fortunati se non lo sognate di notte. Tra parentesi, io lo shippo tantissimo con Dipper (umanizzati e adultizzati, chiaramente) perchè si vede bene che, nonostante si odino profondamente, Bill ha comunque per Dipper un certo rispetto, nonostante tutto.

Mabel, invece, è un altro discorso. Generalmente le ragazze rispondono a determinati stereotipi nei cartoni animati: c’è la figa, la timida, la guerriera, la solare, ecc. Ecco, Mabel non si riesce a ricondurre a nessuno stereotipo: tutti i personaggi di Gravity Falls, per quanto profondi e originali, rispondono a un qualche archetipo di fondo, ma lei sfugge a quasi tutti. E’ solare, sì, ma in un modo totalmente fuori dagli schemi: è semplicemente, assurdamente se stessa, sia che stia giocando con il suo maialino Waddles (Waddles, non Dondolo, per l’amor del cielo, sembra l’ottavo nano), che stia aiutando suo fratello nello scoprire qualche mistero, organizzando qualche festa pazza o provandoci con l’ennesima cotta. A questo proposito, credo che tutte le ragazze dovrebbero imparare da Mabel nell’approccio ai ragazzi: è strano, ma se non altro rimarrete impresse nella mente di chiunque per molto tempo, e poi è divertente.

In sostanza: si tratta di una serie dedicata ai ragazzini, ma che anche gli adulti possono amare alla follia. Oltretutto, mi dicono che se siete fan di Twin Peaks e simili, questo cartone non ve lo potete perdere.

Voto: 5/5

Let’s take a novel – Il porto proibito

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Titolo: Il porto proibito
Autore: Teresa Radice, Stefano Turconi (illustratore)
Data di pubblicazione: gennaio 2015
Pagine: 312 pp
Editore: Bao publishing
Trama: Nell’estate del 1807, una nave della marina di Sua Maestà recupera al largo del Siam un giovane naufrago, Abel, che di sé ricorda soltanto il nome. Diventa ben presto amico del primo ufficiale, facente funzioni di capitano perché il comandante della nave è, a quanto pare, scappato dopo essersi appropriato dei valori presenti a bordo.
Abel torna in Inghilterra con l’Explorer, e trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Ben prima che gli possa tornare la memoria, però, scoprirà qualcosa di profondamente inquietante su di sé, e comprenderà la vera natura di alcune delle persone che lo hanno aiutato.
Dall’affiatato team creativo composto da Teresa Radice e Stefano Turconi, un libro intenso, che scava nell’anima dei protagonisti e dei lettori, che BAO propone in uno speciale cartonato a dorso tondo realizzato per ricordare un antico tomo marinaro.

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Stavolta parliamo di una graphic novel, non di un libro, News eccezionali, la Biblioteca si modernizza!

Sarò sincera con voi. L’ho amato. Punto, senza se e senza ma.

Questa graphic novel parla di praticamente tutte le cose che fanno battere il mio cuoricino: avventure per mare, tesori nascosti, storie d’amore, misteri e poesia inglese.

La storia è molto, molto bella: un po’ complicata, quasi onirica e molto, molto poetica. I testi sono veramente scritti bene, anche se ogni tanto ci si perde con nomi di persone, di navi e di posti (per non parlare dei termini nautici che a me ogni volta sembrano parole scritte a caso, ma lì è proprio un problema mio, non della novel!). Bellissima la scelta di inserire veri canti marinareschi (chiunque giochi a Black Flag li riconoscerà sicuramente!) e anche quella, forse discutibile, di mettere all’inizio di ogni capitolo una poesia in lingua originale: non c’ho capito niente, ma ammetto che dava più atmosfera, quindi bene.

I personaggi sono fantastici, soprattutto il protagonista Abel e Rebecca, la tenutaria del bordello, nel loro essere così simili eppure diversi. Mi è piaciuto moltissimo anche il capitano Nathan McLeod, che pur essendo un omone grosso e peloso, è dotato di una delicatezza d’animo sorprendente, e il suo rapporto con Rebecca è veramente bello.
Non sono un’esperta di disegno, quindi il mio giudizio a riguardo si baserà solo sul mio gusto, e per il mio gusto i disegni sono belli. Sono tutti in bianco e nero, a matita (o a effetto matita, non riesco a distinguere i disegni a mano da quelli fatti a computer, mea culpa), ma sono veramente fatti bene, soprattutto le figure e i volti sono davvero fatti bene.

L’unico neo (forse) è che il linguaggio a un certo punto può risultare pesante: ripeto, è tutto molto bello e molto poetico, ma verso alla fine io mi sentivo trascinare verso il baratro, e non in senso buono!
A parte questo, è veramente un’opera degna di nota, che vi consiglio vivamente.

Voto: 4/5

Fantàsia – Il Drago di Sua Maestà

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Titolo: Il Drago di Sua Maestà
Autore: Naomi Novik
Data di pubblicazione: Marzo 2006
Pagine: 408 pp
Editore: Fanucci
Trama: Anno 1805: infuria la guerra tra inglesi e francesi, e Napoleone è pronto a invadere l’Inghilterra. Al termine di una battaglia, l’equipaggio della Reliant cattura una nave francese il cui carico è un rarissimo uovo di drago cinese, sul punto di schiudersi. L’uovo viene affidato al capitano Laurence, il quale chiamerà il cucciolo Temeraire. Ben presto l’uomo scoprirà che il rapporto con l’animale potrebbe segnare la fine della sua carriera militare insieme a quella della sua vita di mare: viene infatti trasferito nell’esercito aereo, alla guida proprio di Temeraire. I due scopriranno di avere in comune molto più di quanto pensano, e serviranno fianco a fianco l’esercito inglese nel tentativo di sventare i piani più arditi di Napoleone.

 

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Ma che bel libro.
Oddio, sarò sincera, mi sono un po’ persa via a causa di impegni personali, quindi non me lo sono goduto così tanto, ma nonostante questo mi è molto piaciuto.
La trama è bella: in realtà piuttosto lineare, ma almeno è perfettamente comprensibile. C’è il drago, c’è il capitano e c’è una guerra. Lapalissiano.
Niente romance o quasi (lolol), ma non serve: il rapporto tra Temeraire e il suo capitano è più che sufficiente, visto l’affetto che provano l’uno per l’altro. C’erano dei pezzi che erano talmente pucciosi che mi facevano venire da piangere, pur senza essere sdolcinati.
E’ un romanzo in cui c’è più avventura che fantasy: battaglie, voli, addestramenti militari, navi, draghi, combattimenti…insomma, c’è abbastanza azione, anche se le parti di combattimento tra draghi diventano un po’ caotiche (continuo a non figurarmi come fanno sei o sette persone a stare in groppa a un drago, ma penso che basta farci l’abitudine).
I due protagonisti sono fantastici: Laurence è un vero gentiluomo, galante, tutto legato all’onore e all’etichetta, ma è una brava persona. Temeraire è il suo degno compagno: è intelligente, colto, con un’ottima proprietà di linguaggio e idee “rivoluzionarie”, oltre a essere anche lui gentile e di buon cuore. E ama i libri, che è dire tutto. Gli altri personaggi, invece, non spiccano particolarmente, a parte uno o due. Un po’ stereotipati, e forse un po’ troppi, con troppi nomi, difficili da ricordare.
Lo stile è scorrevole e piacevole: non spreca parole, va dritto al sodo e non si perde in sentimentalismi o pare mentali, pur mostrando bene la mentalità di allora.
L’ambientazione è figa: l’idea che i draghi ci siano da sempre, con razze specifiche per ogni etnia, è molto ben sviluppata. Sono molto curiosa di leggere i seguiti, che a quanto ho capito sono ambientati in giro per il mondo.
In sostanza: bel libro di avventura con draghi. Una lettura decisamente piacevole, anche se non di altissima qualità. Lo consiglio per una sana pausa dalla realtà.

Voto: 4/5