Ciak, si gira! – Spider-man: Homecoming

Il figliol prodigo è tornato, signori!

Spider-Man: Homecoming

COSA NON E’ FIGA LA INTRO CON IL TEMA DI SPIDER-MAN?

Scusatemi, torno seria. Ma dovete capirmi, non si può essere un minimo nerd e guardare questa intro senza farsi salire l’hype. Non si può proprio.
Come avrete sicuramente capito, sabato sera sono andata a vedere il nuovo Spider-man, sottotitolo Homecoming, che vuole sottolineare chiaramente il ritorno a casa (cioè nelle mani di mamma Marvel) del nostro amichevole ragno.
Vedo già molti di voi lanciare le sedie al grido di “Ma era proprio necessario un altro Spider-Man?”. Stavolta dò ragione alle logiche di mercato: mentre i precedenti Spider-Man (sia la trilogia con Tobey Maguire, sia The Amazing Spider-Man) erano prodotti dalla Columbia Pictures (che è parte integrante della Sony), in questo caso particolare la casa di produzione ha raggiunto un accordo con i Marvel Studios, casa produttrice del Marvel Cinematic Universe, che unisce i film degli Avengers (Doctor Strange fa parte di quella serie, tra gli altri).
Tradotto in termini semplici: hic sunt Avengers.

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Ve lo dico da subito: se non avete visto i precedenti film della serie (in particolare The Avengers e Captain America: Civil War) dubito che apprezzereste a fondo questo film, perchè non solo fa parte dello stesso universo, ma la storia prende le mosse dagli eventi raccontati nelle pellicole precedenti, in particolare le due sopracitate.

Detto ciò, passiamo all’analisi del film.
La storia racconta del quindicenne Peter Parker, un ragazzo di New York, che ha acquisito, in circostanze per il momento ignote, dei poteri “da ragno”: superforza, riflessi rapidi, la capacità di camminare sulle pareti. Sempre per motivi ancora ignoti, il ragazzo ha deciso di usare questi poteri per aiutare le persone ed è per questo che Tony Stark, alias Iron Man, lo contatta per farsi dare una mano durante la battaglia contro Captain America (vedi Civil War). Dopo un flashback risalente all’epoca della battaglia di New York (vedi The Avengers), e un piccolo spezzone con Peter che fa il vlog degli eventi della Civil War dal suo punto di vista (è pur sempre un teenager), la storia prende le mosse dal povero Peter che, due mesi dopo, sta ancora aspettando di venire convocato alla Avengers Tower per “la prossima missione”. Intanto si destreggia tra scuola e compiti da supereroe di quartiere, come salvare i gatti, fermare i ladri di bici e aiutare le signore dominicane che si sono perse.
Immaginatevi un attimo la scena: un quindicenne, con poteri incredibili, sotto l’assalto degli ormoni, tenuto in panchina dai grandi. Cosa vi potreste aspettare da uno così? Guai, punto.
Infatti il nostro Spidey scopre un giro di armi aliene nel suo quartiere e, ovviamente, decide di indagare più a fondo.

Analizzando la trama, ci sono alcuni punti da considerare: innanzitutto, anche se si inserisce in pieno nel solco dei film degli Avengers, ha un taglio decisamente diverso. Stiamo parlando di un quindicenne tutto sommato normale, con i normali problemi di ogni quindicenne, quindi i compiti, i bulli, le ragazze, la famiglia che si preoccupa, a cui si vanno a sommare i compiti da supereroe. Ma a differenza degli altri Avengers, l’ambito di azione di Spider-Man è molto più piccolo è limitato: è un ragazzo normale, che non ha le risorse di Iron Man, non è una leggenda della nazione come Captain America, non è un Dio come Thor, eccetera. E’, semplicemente, un “amichevole Spider-Man di quartiere”. Anche il villain della situazione, quindi, è regolato di conseguenza: Vulture non è un Signore del Male o altro, è un trafficante di armi come ce ne sono molti nel mondo, oltretutto di basso livello. Non è neanche particolarmente malvagio come personaggio, è un padre che cerca di fare del suo meglio per far star bene la sua famiglia (sbagliando).
Oltre a un respiro decisamente più limitato, questo film, a differenza degli altri, è molto più pop, adolescenziale, mostrando un adolescente normale (non smetterò mai di ripetere quanto questo ragazzo sia normale, perchè è importante) con il suo carattere acerbo, il suo entusiasmo e la sua impazienza.
In particolare ho amato il rapporto tra Peter e Tony Stark: Tony si presenta come un mentore, una specie di figura paterna, che fa del suo meglio per non tarpare le ali a Peter, ma contemporaneamente cerca di tenerlo al sicuro, perchè sa molto bene quanto possa essere pericoloso essere un Avengers. Per chi ha conosciuto Tony Stark negli altri film, vederlo in queste vesti stringe il cuore (a me in particolare, che mi ritrovo molto nel personaggio di Tony e ho per lui un occhio particolare).
Un altro aspetto che ho molto apprezzato è stato l’aver saltato a piè pari gli inizi di Peter come supereroe: vedere un altro film con lui che viene morso da sto caspita di ragno, scopre i poteri, muore suo zio e tutta la pappardella mi avrebbe fatto venire il latte alle ginocchia. Cara grazia, mamma Marvel ha deciso di dare per scontato che tutti in sala conoscessero già, o avessero almeno una vaga idea, come Peter è diventato un supereroe: d’altro canto, penso che una cosa del genere possano permettersela solo con Spider-Man, che è praticamente un’icona.

Riassumendo: un film molto allegro, pop, con momenti comunque seri e intensi, che garantisce una serata piacevole e un po’ di sano hype che non fa mai male. Decisamente consigliato.

Voto: 4/5

 

Galaxy Quest – Io, Robot

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Titolo: Io, Robot
Autore: Isaac Asimov
Data di pubblicazione: Dicembre 1950
Pagine: 269 pp
Editore: Mondadori
Trama: Pubblicata per la prima volta nel 1950, questa celebre antologia raccoglie i più significativi racconti che il più prolifico e famoso scrittore di fantascienza di tutti i tempi ha dedicato ai robot. È proprio in questo libro che Asimov detta le tre Leggi della robotica, che regolano appunto il comportamento delle “macchine pensanti” e che da allora in poi sono alla base di tutta la letteratura del genere.

fantascienza

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. »

(Manuale di Robotica, 56ª Edizione – 2058 d.C.)

Le Tre Leggi della Robotica governano il comportamento dei robot, garantendone il corretto funzionamento e assicurando il loro posto nella società.
Su queste tre Leggi si basa la raccolta di racconti scritta da Isaac Asimov, oggi definito (e non a torto) il padre della Fantascienza. Per quanto mi riguarda, il suo nome risuona nelle mie orecchi fin da bambina, di solito contornato da frasi come “ma-leggiti-il-ciclo-della-fondazione” pronunciate dai miei in coro, tipo giaculatoria. (Notare: mio padre non è un lettore forte. Se legge un libro, due all’anno è tanto. E’ raro che i miei abbiano gusti così simili in fatto di libri, il fatto che Asimov piaccia a entrambi la dice lunga).

Tornando ai nostri Robot. I racconti di questa raccolta, come dicevo, si sviluppano intorno alle tre Leggi, e mostrandole applicate in una serie di contesti diversi. La maggior parte dei racconti ha anche una serie di personaggi ricorrenti, come Donovan e Powell, collaudatori di robot per la U.S. Robots, e la dottoressa Susan Calvin, robopsicologa della società.
In questo senso i personaggi sono sviluppati molto bene, perchè da un racconto all’altro mostrano una serie di qualità che li rendono delle figure a tutto tondo.
Le trame dei singoli racconti sono belle, interessanti e un po’ cervellotiche, ma lo stile chiaro e avvincente compensa grandemente qualsiasi spiegazione scientifica complicata. Va detto che la parte strettamente scientifica è ridotta  all’osso, cosa di cui non posso che essere grata.
L’ambientazione è sempre la stessa, un mondo post-atomico ormai in pace, dove i robot sono una realtà quotidiana e le macchine hanno migliorato l’esistenza dell’umanità in molti modi. In questo Asimov mi è sembrato, almeno in questo libro, un po’ disfattista verso il genere umano: lungi dall’essere dediti in qualche modo allo sterminio della nostra razza, i robot sono dipinti come “persone incredibilmente buone e oneste”, che pur di non arrecare danno a un essere umano in qualsiasi modo, anche emotivo, preferiscono in buona sostanza suicidarsi.
Ultima nota: il film con Will Smith c’entra poco e niente con i racconti, se non che parte dalle stesse premesse, le tre Leggi e il loro sviluppo.

In sostanza, ho molto apprezzato questa raccolta, che mi aspettavo più noiosa. Lo consiglio caldamente a tutti gli amanti del genere.


VOTO: 4/5