La Soffitta di Bastiano – Cuore d’Asino (di Rolly Stardust)

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Allora,  mi hanno appena comunicato la data della discussione, quindi sto più o meno iperventilando. Detto ciò, vi avevo già avvisato che sarebbero iniziato esperimenti di varia natura. Il primo esperimento lo faccio oggi: l’avevo già fatto qualche tempo fa, ma poi l’ho cancellato per mancanza di entusiasmo. Ripropongo oggi sotto forma di rubrica: ecco a voi La Soffitta di Bastiano!

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Cos’è questa nuova rubrica/categoria/cosa indefinita? Semplicemente, la Soffitta di Bastiano (Baldassarre Bucci) è il posto dove finiranno i racconti miei personali e degli utenti che vorranno mandarmeli e farli pubblicare. Basta che siano racconti originali scritti da voi e scritti in italiano corretto (se mi mandate roba scritta in smsese vi banno dall’esistenza, vi avviso). Metterò comunque tutte le info nella pagina del blog relativa.
Ordunque, inauguriamo questa nuova sezione con un racconto della sottoscritta: via con la storia!

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Nick dell’autore: Rolly Stardust
Titolo: Cuore d’Asino
Tipologia: One-Shot
Lunghezza: 3070 parole (secondo word)
Genere: fantasy, comico, avventura
Avvertimenti: AU (rispetto al mondo reale in realtà…), Linguaggio colorito (non pesantissimo però…)
Rating: giallo
Credits: Calibano è il nome di un personaggio di un’opera di Shakespeare, “La Tempesta” (che non c’entra niente). Mustang è il nome di una razza di cavalli americani. E il ginocchio da montone esiste veramente, ma non so se si può curare e se basta un minimo inciampo per rendere zoppo l’animale.
Note dell’autrice: questa storia l’ho scritta per amore di Mustang e Calibano (sì, i personaggi di questa storia). Mi piacevano e mi dispiaceva lasciarli nel dimenticatoio, solo perché ho dimenticato come si scrive una storia. In ogni caso la storia sarebbe ambientata nel 1600 circa, ma potrebbe essere ambientata in qualsiasi epoca, bene o male. Ah, e il titolo c’entra poco o niente, ma ormai non è una novità per me!
Introduzione alla storia: due animali, un sogno, e la dura realtà del deserto arabo.

 

Cuore d’Asino

“Non abbiamo acqua”
“Lo so”
La sabbia rovente gli entrava negli zoccoli facendo un male d’inferno. Il sole gli batteva sulla schiena, già abbastanza gravata dal peso del suo amico.
“Non abbiamo cibo”
“Lo so”
Continuava a camminare, mettendo una zampa davanti all’altra. Le gambe gli tremavano visibilmente.
“Non abbiamo vestiti”
“Lo s… Mustang. Perché ti servono dei vestiti?”
“Per coprirmi durante la notte, ovviamente”.
Calibano guardò il compare sotto di lui: ”Mustang…sei un cavallo. Sei pieno di peli. Sei già coperto.”
“Tu hai dei vestiti”
“Ma io sono un intellettuale, non posso certo andare in giro, come si suol dire, vestito di cielo” spiegò Calibano, sistemandosi la tunica.
“E allora? Sei un asino. Sei pieno di peli anche tu. Dividi quei vestiti con me!”
“Sia mai! Se qualcuno mi vedesse in tale stato, non sopravvivrei alla vergogna” esclamò Calibano.
“Ma se siamo in pieno deserto! Chi cazzo vuoi che passi? Maometto?” fece Mustang, sconvolto dalle obiezioni dell’asino.
“Non si può mai sapere. Piuttosto, rallenta il passo, non vorrei rischiare di cadere” fece Calibano compito.
“Se rallento ancora un po’vado all’indietro. Non puoi scendere e fartela a piedi? Almeno non rischi di sporcare i tuoi preziosi vestiti” rispose sarcastico il cavallo, sempre più stanco e affaticato.
Calibano diede una leggera zoccolata in testa al suo amico: “Sciocco! Come potrei apparire degno di rispetto, se essendo in possesso di cavalcatura non l’adoperassi a dovere? E poi sai che non posso camminare” disse.
“Perché non puoi, scusa?” chiese il cavallo, sinceramente interessato.
“Ho una malformazione al ginocchio anteriore destro, che potrebbe rendermi zoppo per tutta la vita” rispose Calibano, la voce carica di melodramma.
“Fammi vedere” fece Mustang, fermandosi e voltando la testa verso il compagno.
L’asino mostrò l’arto incriminato, la cui parte inferiore era leggermente protesa in avanti, con uno sguardo che sembrava dire sì, è una grande sofferenza la mia, ma la sopporto stoicamente.
“Hai il ginocchio da montone. E allora?” fece il cavallo.
“E allora? E’questa la tua reazione? Una minima frattura potrebbe rendermi zoppo per sempre, non hai sentito?” esclamò Calibano, colmo di disappunto per la reazione fredda dell’amico.
“Ripeto, e allora? Anche se non puoi fare lavori pesanti, non eri mica un intellettuale, tu?” disse, rivolgendo lo sguardo avanti e riprendendo a camminare.
“Il minimo inciampo potrebbe costarmi caro” fece Calibano, con una voce che pareva quasi un pigolio.
“Ma non dire minchiate, camminare per un po’ non ti renderà zoppo” disse il cavallo.
Calibano non rispose, e Mustang preferì non insistere. Continuarono così per un po’, passo dopo passo, inoltrandosi sempre di più nel deserto.

“Buonasera, buon uomo. Posso disturbarvi?”
Dahario si girò verso la voce, e si stupì non poco: di fronte a lui stava fiero un asino grigio, il cui corpo era coperto per la maggior parte da una tunica rossa con frange dorate, che scintillavano alla luce del tramonto.
“Hai bisogno di qualcosa, ciuchino?” disse all’animale. Osservandolo, notò che l’indumento nascondeva un corpo troppo gracile per un animale da tiro.
“Asino, per favore. E vorrei sapere se la vostra carovana è diretta a Damasco” fece l’animale con sussiego.
Il mercante rimase interdetto dalla risposta dell’asino, ma si riprese in fretta: ”In realtà no, ci fermiamo a Seleucia. Ma nessuna carovana va diretta a Damasco da qui. Perché?”
“Desidero attraversare il deserto. Una vanità personale, si può dire. Posso viaggiare con voi?” chiese l’asino.
“Se paghi…” disse Dahario.
“Vi darò il denaro che vi spetta. E gradirei che mi deste del voi” fece l’asino.
Dahario rimase ancora più sbigottito: ne aveva accompagnata di gente, ma questo qui non era tanto normale, pensava.
“Va bene, messere, come volete” disse, avvicinandosi al carro e tirando fuori il suo registro.
“Trasportate beni di qualche genere, signor…” disse, guardandolo da sopra il libro.
“Dottore, prego. Dottor Calibano. E no, porto solo la mia persona e quel poco che basta per sopravvivere” rispose affabile l’asino.
Il mercante fece un verso leggermente scettico, ma scrisse sul registro il nome di Calibano.
“Partiamo domattina alle sei, dottore. Avete bisogno di un posto dove trascorrere la notte?” chiese, per dimostrarsi gentile.
“No, vi ringrazio, ho già provveduto” disse Calibano “Però c’è una cosa che vorrei che mi procuraste”
“Che cosa?” chiese il mercante, un po’ sgarbato.
Calibano lo guardò da sotto in su e disse, semplicemente: ”Mi serve un cavallo”.

 

“Mi spieghi una cosa?”
Erano passate all’incirca due ore dall’ultima volta che Calibano aveva aperto il muso per parlare, e quella domanda improvvisa stupì Mustang. Era quasi mezzogiorno, per quanto in quel luogo miserabile le ore del giorno fossero tutte ugualmente calde e soffocanti. Il cavallo teneva la lingua penzoloni, da tanto aveva sete. Quanto tempo era che avevano finito l’acqua? Un giorno? Due? Non sapeva quanto avrebbe resistito in quella condizione. Cercò di non pensarci.
“Che cosa?” chiese invece.
“Tu sei un purosangue da battaglia: si vede subito dal modo in cui ti muovi. Come è possibile che un simile destriero, di razza nobile, sia finito a tirare carri per una carovana?” chiese Calibano, curioso.
Mustang nitrì leggermente: “Come fai a sapere che non lo faccio da una vita?”
“Non insultare la mia intelligenza, per cortesia” rispose Calibano “E’ assolutamente evidente”.
Mustang nitrì di nuovo: ”Hai l’occhio lungo, piccoletto” disse, con una certa ironia nella voce.
Stette a lungo in silenzio, tanto che Calibano pensò che non volesse rispondergli, quando il cavallo parlò: ”Il mio ex padrone era il suocero dello Shah”
Calibano fece un verso di ammirazione: ”Addirittura? Non immaginavo” disse.
“Non è niente di che” rispose Mustang.
Calibano aspettò che l’amico continuasse, ma, vedendo che taceva, insistè: ”Come mai non lo è più?”
Mustang diede una leggera scrollata alla criniera: ”Non la pensavamo allo stesso modo su alcune cose”.
L’asino rimase perplesso da quella risposta, ma decise di non insistere, intuendo che di qualsiasi cosa si trattasse, il suo amico preferiva di gran lunga non parlarne.
“E tu, invece?”
Calibano si riscosse: ”Io?”
“No, la duna che abbiamo sorpassato due ore fa. Certo che parlo con te, vedi qualcun altro, qui?” disse Mustang, continuando a camminare, gli zoccoli che affondavano un po’ di più nella sabbia.
Calibano fece un gemito angosciato: ”Non essere in collera” disse.
“Non sono in collera, sei tu che mi tiri fuori queste risposte con il tuo atteggiamento da babbaleo” fece Mustang.
Calibano, per una volta, decise di ingoiarsi la risposta acida che gli era venuta in mente, e invece chiese: ”Cosa vuoi sapere?”
“Com’è che un asino è diventato un intellettuale?” chiese il cavallo.
Calibano sbuffò piano: ”E’ una lunga storia”.
“Beh, il tempo non ci manca, che ne dici?” ribattè Mustang.
L’asino assentì piano e cominciò a raccontare: ”Per farla breve…quando ero piccolo, abitavo in una vecchia cascina malandata con mia madre. Eravamo selvatici, senza nessuno che badasse a noi, quindi lei tutti i giorni usciva per procurarci il cibo e io restavo sempre solo. Un giorno, mentre mi divertivo a esaminare quello che gli umani avevano lasciato, trovai un vecchio libro un po’ malconcio. Era la prima volta che ne vedevo uno, e ne rimasi affascinato. Pagine e pagine piene di quelli che per me erano solo segni sconosciuti, a quell’epoca, ma se solo fossi stato in grado di farli parlare…mille e mille storie ne sarebbero uscite. Per giorni il pensiero di quel libro occupò la mia mente, finchè…beh, degli umani ci presero. Fummo fortunati: venimmo venduti a un feudatario con una strana concezione della forza animale” ridacchiò al pensiero del suo vecchio padrone.
“Vi trattava bene?” chiese Mustang.
“Molto bene. Riuscì a farsi benvolere persino da mia madre, che non aveva mai avuto grande amore per la stirpe umana. Fu lui il primo a notare la mia malformazione, cercò personalmente un modo per curarla, ma non ebbe molta fortuna. Per arrivare al dunque, costui possedeva una biblioteca molto ben fornita: il giorno in cui ci entrai per la prima volta…non lo scorderò mai. Mi sembrava di stare in paradiso. In ogni caso, notando il mio interesse, il vecchio feudatario decise di insegnarmi a leggere: come hai detto tu, ero totalmente inadatto ai lavori pesanti, ma lui voleva comunque che io avessi un modo per sopravvivere. Man mano che diventavo più bravo a leggere, divorai uno dopo l’altro i libri della sua biblioteca: le storie che raccontavano, le verità che ho scoperto in quei libri, Mustang…tu non puoi immaginare. E poi un giorno il padrone prese una decisione che cambiò la mia vita per sempre” disse Calibano.
“Ti ha buttato fuori di casa?” fece Mustang, con un certo sarcasmo.
Calibano rise “Hai quasi indovinato: mi mandò a studiare all’Accademia Regia di Samarcanda”
Mustang girò la testa così velocemente che si fece male al collo: ”Sei laureato?” chiese con sommo sbalordimento.
Calibano gonfiò il petto e annuì solennemente: ”Hai di fronte a te Calibano della stirpe degli Onagri, dottore a pieni voti in Antiche Lettere” dichiarò pomposamente, poggiandosi uno zoccolo sul petto come a volersi mettere in posa.
“Non si è mai sentito di un animale laureato!” disse Mustang.
“Di tutta la bassa Asia, io sono il primo” continuò Calibano con somma soddisfazione.
Mustang continuò a guardarlo come se fosse uno strano esperimento degli umani. Alla fine girò la testa borbottando e riprese a camminare sotto il sole.
“Hai detto qualcosa?” chiese Calibano.
“Ho detto che è incredibile che l’unico animale laureato della bassa Asia sia un cretino” rispose caustico il cavallo “Che poi mi spieghi perché diavolo devi attraversare il dannato deserto? Non potevi restartene in Accademia?”
“Purtroppo no. Sono sorte delle complicazioni” disse Calibano.
“Quali complicazioni? Gli hai mangiato la biblioteca?”
“No, in effetti no. Per dirla semplicemente, il mio padrone è morto e il suo erede non ha ritenuto necessario continuare a spendere soldi per un animale. E l’Accademia mi ha congedato” disse Calibano, con voce neutra.
Mustang continuò per un po’ in silenzio.
“Mi dispiace” disse alla fine.
“Apprezzo ma non serve: io ne sono ben contento” fece Calibano “Ho avuto un buon motivo per partire, verso una città che volevo visitare sin da cucciolo”.
“E quale accidenti sarebbe? Damasco?” chiese il cavallo, ricordando che l’asino era diretto lì.
“No, Damasco è solo una tappa del mio viaggio. La mia meta è ben più importante” disse Calibano, con gli occhi che rilucevano.
“Più importante di Damasco? Che razza di città è?”
Calibano sorrise: ”Hai mai sentito parlare di Roma?”

Mustang era nella stalla e mangiava. Mangiava perché non aveva nient’altro da fare. Mangiava per non ricordare la sua vita passata. Per non ricordare le mille esercitazioni, quei modi di fare da re del mondo che anche lui aveva avuto. Per non ricordare il sangue, la carica, le urla degli uomini che morivano, i nitriti dei suoi simili che imploravano aiuto. Per non ricordare come il suo cavaliere l’aveva spronato, a gettarsi contro quelle palizzate, e come lui invece aveva sgroppato, l’aveva fatto cadere ed era fuggito via, lontano dall’odore di morte e dal suono della guerra.
Cercava di non ricordare, ma era difficile, Soprattutto quando ogni singolo giorno ripensava al suo vecchio cavaliere, alle corse e al vento che gli fischiava intorno, quando credeva di essere il padrone del mondo. E forse lo era.
Cercava di non ricordare gli anni che erano passati a trasportare carri da una città all’altra, da una parte all’altra del deserto, quello stesso deserto che lo attirava e lo terrorizzava al tempo stesso, in cui avrebbe voluto mettersi a correre libero di nuovo, come una volta, a costo di perdersi tra le dune e morire.
Mangiava perché sapeva che ormai erano solo sogni passati. Mangiava perché sapeva che probabilmente quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio.
Mangiava, e a mala pena si accorse che il suo padrone gli si era avvicinato, per dargli una bella notizia: niente carri questa volta. Avrebbe avuto un cavaliere.
Mustang sentì che lo avrebbe odiato fino alla fine del viaggio.

 

Due ore dopo, Mustang si bloccò all’improvviso, la sabbia che scendeva a rivoli intorno ai suoi zoccoli, il sole rovente a incorniciarli come fossero stati uno dei Re Magi e il suo nobile destriero- guerrieri di tempi andati.
“Scendi”
Calibano strabuzzò gli occhi: “Eh?”
“Ho detto scendi, sei pesante e sono stanco morto e odio questo deserto di merda. Scendi e continua da solo, e lasciami morire in pace”
“Suvvia Mustang, quanto sei melodrammatico! Tempo una giornata o due e saremo di nuovo in mezzo alla civiltà, a bere succo ghiacciato e…”
“Lo dici da una settimana e siamo ancora in mezzo a questo cazzo di deserto. Ormai piscio sabbia. Scendi!”
“Ma che razza di linguaggio! Mustang, smettila di fare il catastrofico e prosegui lungo la via”
“Ti ho detto di scendere, fottuto asino! Scendi!”
“Non scendo! Quando mai si è sentito di un destriero che lascia a piedi il proprio cavaliere, Mustang? Comportati come si confà alla tua stirpe!”
“Quando mai si è sentito di un asino su un cavallo? Anche tu hai gli zoccoli, quindi scendi da lì e fattela a piedi come tutti i cavallidi di questo mondo”
“Si dice equini, signorino, e comunque…” Mustang cominciò a dare sgroppate così forti che Calibano, già in precario equilibrio per via della sua natura asinina, cadde tra la sabbia e rotolò per un bel pezzo.
“Potevi uccidermi!” gridò l’asino, visibilmente sconvolto.
“Che peccato” fece Mustang, con tono sarcastico.
“Non usare quel tono con me, caro il mio destriero! Sono laureato io, sai? Un po’ di rispetto!”
“Sarai anche laureato, ma sei riuscito a farci perdere, tutti e due” disse Mustang.
Calibano si grattò la testa con lo zoccolo: “Non era a me che era stata affidata la guida della carovana. Come potevo mai immaginare che saremmo stati attaccati dai banditi e che avremmo dovuto contare solo su noi stessi per uscire dal deserto?”
“Trasportavamo seta, idiota. Sai quanto vale la seta in Europa? E tu saresti laureato?” esclamò Mustang, le cui gambe tremavano così forte da produrre un sonoro schiocco ogni volta che le ginocchia si scontravano.
“Sono un letterato, un uomo di studi, non un mercante! E comunque…Mustang?”
Mustang si era accasciato a terra. Calibano cominciò a spaventarsi: sapeva abbastanza sulle abitudini equine da sapere che quando un cavallo è a terra è perché difficilmente si rialzerà.
L’asino si rialzò a fatica e trotterellò vicino al compagno. ”Amico” disse, cercando di mantenere la calma “Non te ne andare, eh? Non puoi lasciarmi qui da solo. Non puoi mollare così, rialzati. Dai…”
Calibano cercò di scrollare l’amico col muso, dandogli dei colpetti sulla schiena e sul muso. Mustang aveva il respiro affannoso e gli occhi chiusi, mentre perline di sudore gli ricoprivano la criniera nera, ormai stopposa e piena di nodi.
“Non morire, Mustang, non morire…non puoi abbandonarmi, devo ancora darti metà della paga…” ragliò Calibano, disperato.
“E come pensi…di pagarmi…se non hai…più niente…” cercò di dire il cavallo, la voce che si abbassava sempre di più.
“Posso trovare un modo, ho sempre un cervello prodigioso, no? Ma tu devi restare sveglio, amico mio” disse Calibano.
Mustang fece un suono a metà tra una risata e un colpo di tosse. Aprì gli occhi e si volse leggermente verso il compare: “Addio, asino.” La sua testa ricadde pesantemente sulla sabbia e i suoi occhi si chiusero.
“No, Mustang, no…Svegliati! Svegliati! Mustang! Hi-ho! Hi-ho!” Calibano ragliò e ragliò, ma il suo amico rimase immobile, sordo a qualsiasi richiamo. Calibano non riusciva a crederci.
“Non è possibile, no…Aiuto! Qualcuno mi aiuti!” Ragliò e ragliò disperatamente al cielo, al deserto, nella speranza che qualcuno lo udisse. Ragliò e ragliò fino a perdere la voce, mentre il suo grido di aiuto si disperdeva, udito solo dalla sabbia e dal vento.

Calibano stava facendo una cosa che non considerava molto consona: stava bevendo l’acqua della fontana di fronte alla basilica di San Pietro. Considerato il viaggio che aveva compiuto, però, si sentiva più che giustificato.
“Hai finito di bere come un cammello?”
Calibano si girò verso l’amico, che lo stava guardando con aria di disappunto.
“Mi stavo solo rinfrescando la gola” disse, trotterellando verso di lui.
Mustang guardava la fontana che scintillava al sole del mattino: “Non voglio più vedere dell’acqua in vita mia” sentenziò.
“Suvvia, se non avessi bevuto acqua, nel deserto, saresti morto” rispose Calibano, con tono ilare.
“Ah, intendi quella volta che ti sei messo a ragliare come un pazzo e ti sei fatto sentire dagli stessi banditi che ci avevano assalito la prima volta? Preferivo restare ad agonizzare” fece Mustang, caustico.
“Siamo comunque riusciti a fuggire alle loro grinfie, se ben ricordo” puntualizzò l’asino.
“ Resta comunque il fatto che non voglio più vedere dell’acqua in vita mia: è l’ultima volta che ti seguo su una nave” ribattè il cavallo.
Calibano sorrise, al ricordo del loro viaggio attraverso il Mediterraneo: Mustang aveva passato tutto il tempo con la testa fuori dalla murata, al punto che aveva rischiato di finire in acqua una volta o due.
“Bene, siamo a Roma, il tuo sogno si è avverato. E adesso?” chiese il cavallo all’amico.
“Adesso non saprei: credo che per un po’ mi godrò la città. Ci sono così tante cose da scoprire…” disse, guardandosi intorno con aria sognante.
“E poi?” incalzò Mustang.
“E poi non lo so…Carpe diem, Mustang!” rispose tranquillo il compare.
Il cavallo scosse la testa, rinunciando a capire il linguaggio astruso dell’amico.
“In ogni caso…io ho ancora bisogno di un destriero” disse Calibano, con aria vaga.
Mustang lo guardò: ”Se vuoi che rimanga con te, basta chiedermelo” disse con sguardo penetrante.
“E comunque camminare un po’ non ti farà male”.
Calibano lo guardò supplichevole: ”Rimani con me, amico mio?” chiese, con una vocina sottile sottile.
Mustang sbuffò: ”Solo se mi aumenti la paga” disse alla fine.
“Ti ricordo che non ho ancora un modo per guadagnarmi da vivere” fece Calibano.
“Non avevi detto che avresti usato il tuo cervello prodigioso? Allora usalo” disse il cavallo.
“Infatti, infatti…ho un’idea. Farò lo scriba” decise, allegro.
“Perché, riesci a scrivere con quegli zoccoli?” disse Mustang, caustico.
“Mio caro amico quadrupede, il fatto che io non abbia i pollici opponibili, non significa che non sappia sfruttare quelli degli altri” disse l’asino.
“Allora perché fare lo scriba?” chiese l’altro.
“Per Maometto, Mustang, uno scriba è un letterato! Un poeta! Un maestro nell’uso delle parole!” esclamò Calibano, scandalizzato.
“Ah. Pensavo che scrivesse e basta”
“No, non scrive e basta”
Continuarono a discutere, il cavallo che portava in groppa l’asino, mentre si allontanavano in cerca di nuove avventure tra i vicoli della Città Eterna.

Sei mesi dopo
“Come sarebbe a dire che vuoi attraversare l’Atlantico?”

 

Racconto di Rolly Stardust.
Non copiare senza il permesso dell’autrice.
I trasgressori saranno perseguiti a norma di legge.
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Di lauree, storie e nuove fioriture

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Come va?
Come forse avevo detto da qualche parte, HO CONSEGNATO LA TESI, e se tutto va bene ad aprile sarò ufficialmente Archeologa (yay!). Sto ricominciando a farmi vedere sul blog, leggo, scrivo…insomma, rifiorisco a primavera. E a proposito di blog…

Ho riflettuto molto su questo. Su cosa fare con il blog.
Vedete, io ho molti interessi, alcuni più preponderanti di altri, e amo fare molte cose. Ho sempre per la testa qualche idea strampalata o qualche nuovo progetto: odio starmene ferma o pensare prima di fare le cose. Ma siccome non riuscivo a decidermi a mettere mano al blog (nonostante ci tenga molto) ho cominciato a riflettere (cosa incredibile di per sè.)

Ho deciso di dare una nuova impronta al blog, che poi, forse, proprio nuova non è: fin adesso è stato un book blog come tanti, non diverso dagli altri. E la cosa mi stava benissimo, anzi, mi sta ancora bene.
Il punto è che parlare solo di libri mi limita: lo ha sempre fatto, motivo per cui faccio recensioni anche di film e telefilm (e graphic novel). Ma ancora non mi basta.

Ma che vuoi di più? Insomma, se hai un book blog, parli di libri, no? Di che cavolo vorresti parlare di più?
E vi dò anche ragione, non fosse che ho avuto un’illuminazione.

C’è una cosa, un filo conduttore che lega bene o male tutte le mie passioni: sono le storie.
E quindi? chiederete, qual è il punto?

Il punto è che non voglio parlare di libri, ma di storie: le storie che leggo, quelle che vedo, quelle che vivo e quelle che invento. Storie vere, inventate, nuove, antiche, tristi, divertenti, serie, assurde, piene di speranza o di emozioni.
Voglio parlare di storie, ma anche della Storia: voglio raccontare dei luoghi, degli avvenimenti, delle usanze, delle persone.

Soprattutto, voglio sperimentare: fin dove posso arrivare con la Biblioteca? Fin dove posso spingermi, senza perdermi in un delirio senza capo nè coda?

Indi per cui, sto progettando un rinnovamento generale: taglierò vecchie rubriche e iniziative e ne aggiungerò di nuove. Cambierà la gestione generale del blog, il filo conduttore (o meglio, si sposterà leggermente di lato). Salteranno fuori argomenti che nessuno si aspetterebbe. Probabilmente cambierò grafica.Voi continuate a seguirmi, ditemi cosa ne pensate, se quello di cui parlo vi interessa, se vi sembra che alcuni rami vadano tagliati, se altri vadano lasciati crescere. Ditemi voi. Non voglio essere schiava dei followers, ma un blog senza lettori è come una barca senza vento, non va da nessuna parte. Quindi ditemi e parlatemi di tutto quello che vi passa per la testa.

Intanto, toccherà aspettare un po’: con la tesi da discutere mi sembra di mettere troppa carne al fuoco. Ma l’attesa è quasi finita. Presto anche la Biblioteca rifiorirà, e vedremo che colori avranno i suoi boccioli.

 

Telefilm che passione – Death Note

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Nuova recensione telefilmica! Questa volta tocca a una serie anime che non ha bisogno di presentazioni: Death Note!

 

Se scrivi il nome di una persona sul quaderno, essa muore.
Se ci pensate è agghiacciante: un povero ragazzo sta passeggiando, trova un quaderno, magari ci scrive sopra il nome della ragazza che gli piace…e lei muore. Cioè, aiuto!

Per fortuna (o per sfortuna, direi) questo Death Note, o quaderno della morte, ha un bel titolo scritto sopra e tante belle regole chiare scritte in prima pagina. Vedendo cotanta malvagità, il povero ragazzo di prima girerebbe al largo.

Light Yagami invece no (1). Light è un ragazzo normale, uno studente modello di Tokio, dove vive con la sua famiglia. Studia, va a casa, va ai corsi preparatori, ritorna a casa. Finchè un giorno trova un certo quaderno, e invece di fare come tutti gli esseri umani e lasciarlo lì, lo prende e decide di usarlo per uccidere i criminali e diventare il Dio di un Nuovo Mondo (le maiuscole sono d’obbligo).
Ovviamente la cosa non passa inosservata, e non passa molto tempo che subito si palesa un temibile avversario, che darà non pochi problemi a Light e al suo piano malvagio: L, il più grande detective del mondo, di cui nessuno conosce il vero nome!

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Comincia così una lotta senza esclusione di colpi, fatta di ragionamenti cervellotici, mosse strategiche e colpi di scena inaspettati, fino all’epica battaglia finale.

Ora. Chiariamo subito che: io ho letto il manga. Svariate volte, oltretutto. Adoro questa serie, adoro L, detesto Light dal più profondo del mio cuoricino, e in generale sono una grande fan degli Shinigami. Detto ciò.
Di questa serie mi è piaciuta solo la prima parte, fino al famigerato episodio 25 (che nel manga sarebbe il capitolo 58): da lì in poi, è stata una discesa nell’abisso.
Il punto di questo anime è che, a parte tre scene contate che sono state aggiunte, è identico al manga. Ma uguale uguale proprio. L’unica cosa che cambia è il finale, in peggio in questo caso: voglio dire, il finale del manga era perfetto, praticamente ineccepibile, perfettamente in linea con la storia. Quello dell’anime, invece, è una roba di cui non capisco proprio il senso. Per inciso, il succo di quello che succede è identico: è il modo in cui lo mostrano che mi lascia basita.
A parte questo (anzi, forse proprio grazie a questo), questa è una serie molto bella: la trama è intricata e densa, senza spazi per divagazioni varie (a parte una scena aggiunta tra L e Light che, giuro, sembra l’inizio di un porno); L e Light sono resi in maniera superba, insieme a una manciata di altri comprimari; i disegni sono belli, l’animazione è fatta bene. Direi che ci sono tutti gli ingredienti per una buona serie.

Vi dico una cosa, però: se doveste scegliere se seguire l’anime o il manga, scegliete il manga. E’ la stessa identica cosa, ma il finale è molto meglio. Se avete già letto il manga, lasciate perdere, per lo stesso identico motivo.

Voto: 4/5

(1) perchè è un demente.

Book tag – Libri e dintorni dalla A alla Z

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E niente, io c’ho una passione per i tag e per l’alfabeto, potevo mai saltare questo? L’ho visto su diversi blog, non mi chiedete esattamente quali perchè non mi ricordo minimamente, chiedo venia per questo.
Ciancio alle bande, andiamo subito con il piatto forte:
book-tag
A – Autore con la A maiuscola (quello di cui hai letto più libri).
Marion Zimmer Bradley. Ne ho letti undici suoi (undici!), più una raccolta di racconti curata da lei. Per me lei è l’Autrice fantasy per eccellenza, ancora più delle Hobb, che rimane sempre sul mio podio personale.
B – Bevo responsabilmente, mentre leggo:
The. The ovunque. Tisane, al massimo, e infusi. In estate the freddo.
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C – Confesso di aver letto:
Twilight. Ebbene sì, l’ho letto. Di più. ho letto anche il secondo! Che ci volete fare, ho avuto sedici anni anch’io.
D – Devo smettere di:
 Comprare libri che poi non leggo. O tirarli su dai book-crossing come una mendicante che cerca cibo nei cassonetti. O prendere dieci libri a botta in biblioteca per poi rimandarli indietro senza averli neanche aperti. Sono un caso umano.
E – E-reader o cartaceo:
Per il momento cartaceo. Però l’e-reader ha i suoi vantaggi: meno libri in giro per la casa, meno carta e quindi meno alberi tagliati…sto seriamente pensando di prendermene uno.
F – Fangirl impenitente di:
 Harry Potter. Sempre, comunque, vita natural durante. Slytherin and proud.
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G – Genere preferito e che di solito non leggi:
Il preferito è il fantasy, e devo averlo già detto qua e là. Quello che di solito non leggo è la commedia (romantica o no, non fa differenza): non è che ci sputo sopra se me la consigliano, però mi sono resa conto che è un genere che non vado neanche a cercare, il che è strano, considerato quanto mi piaccia ridere.
H – Ho atteso a lungo per:
 The 100 in italiano. E sono stata dolorosamente tradita: la ferita ancora brucia.
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I – In lettura al momento:
Gli Elfi di Bernhard Hennen e L’Amuleto d’Ambra della Gabaldòn (da pronunciarsi alla veneta). Il primo, un high fantasy vecchio stile, il secondo uno storico romantico con viaggi nel tempo (che, devo essere sincera, ho abbandonato lì da un po’).
L – Luogo preferito per leggere:
Divani e letti. Il mio lettino è il posto perfetto, specie con le lucine accese e i gatti che se la dormono beati addosso a me.
M – Miglior prequel di sempre:
Oddio, non è che legga molti prequel e spin-off, faccio fatica a stare dietro alle saghe. Toh, Le Querce di Albion? Il prequel di Le Nebbie di Avalon. L’unico che mi viene in mente, a dirla tutta.
N – Non vorrei mai leggere:
After e tutta la serie. Per non parlare di tutti quei libri scritti da sedicenni in calore che non hanno mai neanche visto un pene, figuriamoci scrivere una storia d’amore: spero di non trovarmene mai uno davanti.
O – Once more (un libro che hai riletto tante volte, ma rileggeresti ancora):
Invece di dire i soliti, stavolta dico Eragon: non mi chiedete il motivo, ma ogni tanto riprendo in mano la saga e me la rileggo con piacere.
P – Perla nascosta (un libro che non ti aspettavi fosse così bello):
Hyperversum: la prima volta che ho cercato di leggerlo l’ho mollato alle prime 50 pagine. Poi l’ho ripreso tempo dopo e ho divorato tutta la serie.
Q – Questioni irrisolte (un libro che non sei riuscita a finire):
Tortuga di Valerio Evangelisti: l’ho abbandonato che mi mancavano 50 pagine. Ce l’ho ancora lì, che mi guarda e mi chiede Quand’è che mi rileggi da capo e finisci la serie? Suuuu, ci sono i pirati…
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R -Rimpianti letterari (serie interrotte o libri perduti che non potrete finire di leggere):
Mmm. Non mi sovviene niente in particolare: non perdo libri (grazie agli Dei) e sono talmente indietro con le mie serie che se sono interrotte ancora non lo so.
S – Serie iniziate e mai finite:
La Ruota del Tempo, Hyperversum, Le Cronache dei Vampiri, I mercanti di Borgomago, Warrior Cats, la saga di Darkover, Shannara, Temeraire…fermatemi o vado avanti!
T – Tre dei tuoi antagonisti preferiti:
 Draco Malfoy, Murtagh (da Eragon) e Loki (Marvel). Che poi, direi che sono tutti e tre in situazioni piuttosto ambigue, più che degli antagonisti veri e propri, ma oh, pace.
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U – Un appuntamento con (personaggio di fantasia):
 Sherlock Holmes, a parlare di logica e casi di omicidio.
V – Vorrei non aver letto:
 The 100. Siam sempre lì, non mi riprenderò mai.
Z – Zanna avvelenata (quel finale che proprio non hai mandato giù):
 A parte il series finale di Fringe (che ancora ce l’ho qui), libricamente parlando non ho concepito il finale di Inheritance (l’ultimo di Eragon): cioè, ma cosa mi vorrebbe significare? Mah.
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E con questo vi saluto! Buona giornata e buon tutto!

Ciak, si gira! – Kubo and the Two Strings

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…scusate, non penso di farcela *si soffia il naso*

Kubo è un piccolo cantastorie senza un occhio: ogni mattina, si sveglia nella caverna dove vive con la sua mamma, le prepara il riso, fa qualche origami per farla sorridere e, appena la campana segna il levarsi del sole, scende al villaggio. Lì, passa la giornata raccontando storie sul grande eroe Hanzo, suo padre, animando gli origami con una segreta magia. Ma Kubo non riesce mai a finire le sue storie: ogni sera, appena la campana suona al calar della notte, lui scappa di corsa verso casa. Là, sua madre gli racconta altre storie, e gli ripete sempre gli stessi tre ammonimenti: uno, portare sempre con sè l’amuleto a forma di scimmia, due, indossare sempre il kimono di suo padre, tre, non stare mai fuori di casa con il buio, altrimenti suo nonno, il malvagio Re Luna, sarebbe arrivato per prendersi l’altro suo occhio.
Ma una sera Kubo, senza volere, disobbedisce…

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Kubo and the two strings, in Italia Kubo e la spada magica (quale spada magica???) è un piccolo gioiellino dell’animazione in stop-motion. Candidato all’Oscar come Miglior film di animazione, che poi gli è stato soffiato da Zootropolis (e qua mi fermo, se no mi parte la polemica), narra l’avventura di un ragazzino, alla ricerca di un’armatura magica, in compagnia di una scimmia parlante e un uomo-scarabeo con l’amnesia, inseguito da terribili donne mascherate. E’, sostanzialmente, la storia di una famiglia divisa, di un ragazzino che ne fa le spese e che, in qualche modo, riesce a uscirne più forte e più saggio.

Per dire il mio giudizio in tre parole: preparate i fazzoletti.

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Questo è uno dei film più commoventi che abbia mai visto, giuro che non piangevo così tanto dai tempi di Titanic (va beh che ultimamente ho la lacrima facile). La trama è bella, forse con qualche buchino qua e là, ma poetica ed epica allo stesso tempo. Le atmosfere orientaleggianti ci trasportano in un mondo di samurai e magia, con una colonna sonora assolutamente all’altezza, un buon doppiaggio (l’unico che mi inquieta è Kubo, ma gli altri sono eccelsi) e dei personaggi resi molto bene, dalla madre combattiva, alla scimmia iperprotettiva e sarcastica, all’uomo-scarabeo smemorato e spiritoso, al piccolo Kubo, così piccolo e già così filosofo.
Anche la grafica fa la sua parte: non una delle grafiche migliori che abbia mai visto (la stop motion non è esattamente la mia tecnica preferita, visivamente parlando) ma comunque pregevole.
Insomma, sicuramente si tratta di un film estremamente piacevole, commovente ma con un finale comunque degno.
Lo consiglio vivamente a grandi e bambini,

Voto: 4/5

Il Trailer:

Letteratura con classe – La scuola degli ingredienti segreti

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Titolo: La scuola degli ingredienti segreti
Autore: Erica Bauermeister
Data di pubblicazione: Maggio 2009
Pagine: 216
Editore: Garzanti
Trama: È lunedì, nel ristorante di Lillian è giorno di chiusura, e come ogni settimana si tengono le lezioni del corso di cucina. Circondata dagli allievi, Lillian muove delicatamente le mani, sta per aggiungere l’ultimo tocco, l’ingrediente segreto, e poi la torta sarà pronta. Nessuno meglio di Lillian conosce la magia degli ingredienti, nessuno meglio di lei sa che a volte basta una tazza di cioccolata per cambiare un po’ la vita. Era solo una bambina quando, grazie a una misteriosa ricetta donatale da Abuelita, la donna della bottega delle spezie, ha salvato sua madre. Sono passati anni da allora, anni in cui ha combattuto, ha sofferto, si è ribellata, a volte ha perso ogni certezza, tranne una: la fiducia nella magica alchimia del cibo. È per questo che il suo ristorante è un luogo speciale, dove si ritrovano ricordi perduti, si stringono promesse d’amore o nasce un’amicizia. Lo sanno bene gli allievi del corso di cucina, tutti alla ricerca dell’ingrediente segreto che ancora manca alla loro vita. Come Claire, giovane madre insicura, o Tom, che ha appena perso la moglie; Chloe, ragazza maldestra e vitale; Isabelle, che non ricorda nulla tranne le ricette. Per tutti loro Lillian ha la soluzione: sa che le tortillas restituiscono il gusto piccante dell’avventura, che una soffice glassa può far dimenticare un tradimento e che un ragù schiude le porte di un nuovo amore. Quello che non sa è la ricetta giusta per lei. Potrà trovarla solo se accetterà di mettersi alla prova, almeno una volta.

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Mi sono ritrovata a leggere questo libro dopo un lungo periodo di blocco del lettore. La tesi, il fidanzato, le mille idee che mi ronzano nella testa non lasciavano spazio per molto altro. Ma la lettura è una specie di peccato capitale a cui non posso rinunciare facilmente. Così, una sera, girovagando tra gli scaffali della mia libreria appena riordinata (tutta pulita e profumata <3), alla ricerca di qualcosa di leggero, fresco e con una punta di magia, mi è caduto lo sguardo su un libretto che avevo prelevato l’anno scorso sul tavolo del book crossing nella biblioteca dove lavoravo: “La scuola degli ingredienti segreti“.

La storia è, in realtà, una specie di raccolta di racconti, racchiusi nella cornice del corso di cucina di Lillian. Iniziando proprio da lei, uno dopo l’altro si scoprono le storie e le vicende dei suoi alunni, lezione dopo lezione, e ovviamente cibo dopo cibo. Oserei dire che il vero, sublime protagonista del libro è proprio il senso del gusto: descrizioni di sapori, odori, sensazioni che ti lasciano con l’acquolina in bocca. Voi sapete già che io ho un debole per le storie che parlano di cibo, ma qui siamo oltre: qui è il cibo che racconta la storia.
In questo senso, parlare di trama è un po’ fuorviante: la trama in sè è banale, un gruppo di persone qualsiasi che fanno un corso di cucina. Meglio, a questo punto, parlare direttamente dei personaggi.
Si tratta, in tutti i casi, di persone ordinarie: c’è la mamma indaffarata, la coppia anziana, la ragazza insicura, l’ingegnere informatico, l’emigrata italiana (ebbene sì!), il vedovo rattristato…i loro racconti, le loro vicende, girano intorno al piccolo ruolo che gli è stato preparato, quindi non è che spicchino per la loro originalità o profondità. Tuttavia, in loro c’è qualcosa di umano, una scintilla di vita che permette al lettore di identificarcisi facilmente e di parteggiare per loro nei loro piccoli drammi, che spaziano dall’amore, alla morte, alla famiglia, alla sicurezza in se stessi.
Lo stile, è, sicuramente, il pezzo da novanta: abbondante, voluttuoso, sensuale, rende perfettamente l’idea che l’autrice ha del cibo, un rituale fatto di sensazioni e voluttà, capace di trasformare i sentimenti del più indurito degli uomini.
Non ho molto altro da dire, in realtà: trovo che sia un libro che, più che letto, vada gustato. E’ piccolo, leggero e piacevole. E vi farà venire voglia di mettervi ai fornelli.
Piccola curiosità finale: l’idea per questa storia è venuta all’autrice durante un soggiorno di due anni in quel di Bergamo. E, diciamocelo, dove, se non in Italia, poteva nascere un romanzo sul cibo così ben scritto?

Voto: 4/5