Galaxy Quest – Winter

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Titolo: Winter
Autore: Marissa Meyer
Data di pubblicazione: Novembre 2015
Pagine: 660 pp
Editore: Mondadori
Trama: La giovane principessa Winter è molto amata dal suo popolo per la sua grazia e la sua gentilezza. E, nonostante le cicatrici che ne deturpano il volto, è considerata uno splendore dai Lunari, anche più della regina Levana, la sua matrigna. Winter, poi, disprezza la sovrana con tutta se stessa, anche perché sa che la donna non approverà mai i suoi sentimenti per il bel Jacin, amico d’infanzia nonché guardia del palazzo. Ma Winter non è la fragile creatura che Levana pensa che sia. Infatti, la ragazza ha l’occasione di privarla del suo potere. E ora, grazie all’aiuto della cyborg Cinder e delle sue alleate, le viene offerta la possibilità concreta di dare inizio a una rivoluzione che rovesci la sovrana e ponga fine così alla guerra che infuria ormai da tanti, troppi anni. Riusciranno Cinder, Scarlet, Cress e Winter a sconfiggere Levana e a trovare ognuna il proprio lieto fine? In questo ultimo volume delle “Cronache lunari”, Marissa Meyer costruisce un finale mozzafiato che di certo non deluderà i tanti fan della serie.

fantascienza

Siamo infine giunti alla conclusione di questa saga. Vorrei ringraziare tutti coloro che ci hanno fatto compagnia fino a qui, il maggiordomo Ambrogio, Jarvis per l’assistenza tecnica, Maugrim per la preparazione biscotti…

Tornando seri. Ho finito Winter, l’ultimo volume della saga delle Cronache Lunari. Dopo Cinder, Scarlet e Cress, siamo finalmente giunti alla conclusione delle vicende e al (forse) E vissero felici e contenti di ogni fiaba che si rispetti.
Ma procediamo con ordine.

Avevamo lasciato i nostri eroi a progettare un assalto alla Luna, dove sperano di scatenare una rivoluzione che metterà per sempre fine al regno della regina Levana.
Da cui si evince subito che l’ambientazione di questa finale di saga sarà il nostro satellite, bianco, misterioso e freddo come la neve. Va detto, è appurato che Madame Meyer con le descrizioni non ci sa molto fare, almeno secondo il mio punto di vista: c’era giusto un po’ di atmosfera, ma per il resto non mi sentivo molto “coinvolta” dal paesaggio, anche se nel corso dei libri è andata un po’ migliorando.
La fiaba di questo episodio è, abbastanza chiaramente, Biancaneve, aka Winter, figliastra di Levana e principessa della Luna, fanciulla buona, gentile e completamente matta: è infatti vittima della pazzia lunare, che colpisce tutti i Lunari che non usano il proprio Dono. Questa parte del suo carattere la rende un personaggio bizzarro, che non manca di coraggio e di un pizzico di furbizia. E’ quasi una Mary Sue, ma è difficile odiarla, per come la vedo io.
Devo dire che, in questo libro, il rapporto azione-sviluppo personaggi pende molto verso la prima: ci sono molti avvenimenti, anche cruenti, in un’atmosfera che ricorda un po’ il terzo volume di Hunger Games, che trascinano il lettore e tengono con il fiato sospeso praticamente fino all’ultimo. D’altro canto, l’introspezione psicologica è lasciata, per così dire, un po’ allo stato brado: non ho notato uno sviluppo ben delineato, a differenza degli altri libri.
Il finale è più o meno come me lo aspettavo, magari un po’ meno cruento (sò sanguinaria, che ci volete fà), ma pienamente soddisfacente: mi è piaciuto in particolare come Cinder si ritrova a gestire il post-rivoluzione, senza che il suo personaggio ne venisse snaturato.
Non ho notato grandi cambiamenti di stile: è rimasto pulito, scorrevole, con quei momenti di poesia che non sono affatto fuori luogo.

Per concludere questa recensione stiracchiata (ho caldo…non ce la posso fare) penso che si tratti comunque di un buon libro, degno finale di una buona saga, che consiglio nella sua interezza.

Voto: 4/5

 

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Ciak, si gira! – Spider-man: Homecoming

Il figliol prodigo è tornato, signori!

Spider-Man: Homecoming

COSA NON E’ FIGA LA INTRO CON IL TEMA DI SPIDER-MAN?

Scusatemi, torno seria. Ma dovete capirmi, non si può essere un minimo nerd e guardare questa intro senza farsi salire l’hype. Non si può proprio.
Come avrete sicuramente capito, sabato sera sono andata a vedere il nuovo Spider-man, sottotitolo Homecoming, che vuole sottolineare chiaramente il ritorno a casa (cioè nelle mani di mamma Marvel) del nostro amichevole ragno.
Vedo già molti di voi lanciare le sedie al grido di “Ma era proprio necessario un altro Spider-Man?”. Stavolta dò ragione alle logiche di mercato: mentre i precedenti Spider-Man (sia la trilogia con Tobey Maguire, sia The Amazing Spider-Man) erano prodotti dalla Columbia Pictures (che è parte integrante della Sony), in questo caso particolare la casa di produzione ha raggiunto un accordo con i Marvel Studios, casa produttrice del Marvel Cinematic Universe, che unisce i film degli Avengers (Doctor Strange fa parte di quella serie, tra gli altri).
Tradotto in termini semplici: hic sunt Avengers.

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Ve lo dico da subito: se non avete visto i precedenti film della serie (in particolare The Avengers e Captain America: Civil War) dubito che apprezzereste a fondo questo film, perchè non solo fa parte dello stesso universo, ma la storia prende le mosse dagli eventi raccontati nelle pellicole precedenti, in particolare le due sopracitate.

Detto ciò, passiamo all’analisi del film.
La storia racconta del quindicenne Peter Parker, un ragazzo di New York, che ha acquisito, in circostanze per il momento ignote, dei poteri “da ragno”: superforza, riflessi rapidi, la capacità di camminare sulle pareti. Sempre per motivi ancora ignoti, il ragazzo ha deciso di usare questi poteri per aiutare le persone ed è per questo che Tony Stark, alias Iron Man, lo contatta per farsi dare una mano durante la battaglia contro Captain America (vedi Civil War). Dopo un flashback risalente all’epoca della battaglia di New York (vedi The Avengers), e un piccolo spezzone con Peter che fa il vlog degli eventi della Civil War dal suo punto di vista (è pur sempre un teenager), la storia prende le mosse dal povero Peter che, due mesi dopo, sta ancora aspettando di venire convocato alla Avengers Tower per “la prossima missione”. Intanto si destreggia tra scuola e compiti da supereroe di quartiere, come salvare i gatti, fermare i ladri di bici e aiutare le signore dominicane che si sono perse.
Immaginatevi un attimo la scena: un quindicenne, con poteri incredibili, sotto l’assalto degli ormoni, tenuto in panchina dai grandi. Cosa vi potreste aspettare da uno così? Guai, punto.
Infatti il nostro Spidey scopre un giro di armi aliene nel suo quartiere e, ovviamente, decide di indagare più a fondo.

Analizzando la trama, ci sono alcuni punti da considerare: innanzitutto, anche se si inserisce in pieno nel solco dei film degli Avengers, ha un taglio decisamente diverso. Stiamo parlando di un quindicenne tutto sommato normale, con i normali problemi di ogni quindicenne, quindi i compiti, i bulli, le ragazze, la famiglia che si preoccupa, a cui si vanno a sommare i compiti da supereroe. Ma a differenza degli altri Avengers, l’ambito di azione di Spider-Man è molto più piccolo è limitato: è un ragazzo normale, che non ha le risorse di Iron Man, non è una leggenda della nazione come Captain America, non è un Dio come Thor, eccetera. E’, semplicemente, un “amichevole Spider-Man di quartiere”. Anche il villain della situazione, quindi, è regolato di conseguenza: Vulture non è un Signore del Male o altro, è un trafficante di armi come ce ne sono molti nel mondo, oltretutto di basso livello. Non è neanche particolarmente malvagio come personaggio, è un padre che cerca di fare del suo meglio per far star bene la sua famiglia (sbagliando).
Oltre a un respiro decisamente più limitato, questo film, a differenza degli altri, è molto più pop, adolescenziale, mostrando un adolescente normale (non smetterò mai di ripetere quanto questo ragazzo sia normale, perchè è importante) con il suo carattere acerbo, il suo entusiasmo e la sua impazienza.
In particolare ho amato il rapporto tra Peter e Tony Stark: Tony si presenta come un mentore, una specie di figura paterna, che fa del suo meglio per non tarpare le ali a Peter, ma contemporaneamente cerca di tenerlo al sicuro, perchè sa molto bene quanto possa essere pericoloso essere un Avengers. Per chi ha conosciuto Tony Stark negli altri film, vederlo in queste vesti stringe il cuore (a me in particolare, che mi ritrovo molto nel personaggio di Tony e ho per lui un occhio particolare).
Un altro aspetto che ho molto apprezzato è stato l’aver saltato a piè pari gli inizi di Peter come supereroe: vedere un altro film con lui che viene morso da sto caspita di ragno, scopre i poteri, muore suo zio e tutta la pappardella mi avrebbe fatto venire il latte alle ginocchia. Cara grazia, mamma Marvel ha deciso di dare per scontato che tutti in sala conoscessero già, o avessero almeno una vaga idea, come Peter è diventato un supereroe: d’altro canto, penso che una cosa del genere possano permettersela solo con Spider-Man, che è praticamente un’icona.

Riassumendo: un film molto allegro, pop, con momenti comunque seri e intensi, che garantisce una serata piacevole e un po’ di sano hype che non fa mai male. Decisamente consigliato.

Voto: 4/5

 

Galaxy Quest – Io, Robot

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Titolo: Io, Robot
Autore: Isaac Asimov
Data di pubblicazione: Dicembre 1950
Pagine: 269 pp
Editore: Mondadori
Trama: Pubblicata per la prima volta nel 1950, questa celebre antologia raccoglie i più significativi racconti che il più prolifico e famoso scrittore di fantascienza di tutti i tempi ha dedicato ai robot. È proprio in questo libro che Asimov detta le tre Leggi della robotica, che regolano appunto il comportamento delle “macchine pensanti” e che da allora in poi sono alla base di tutta la letteratura del genere.

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  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. »

(Manuale di Robotica, 56ª Edizione – 2058 d.C.)

Le Tre Leggi della Robotica governano il comportamento dei robot, garantendone il corretto funzionamento e assicurando il loro posto nella società.
Su queste tre Leggi si basa la raccolta di racconti scritta da Isaac Asimov, oggi definito (e non a torto) il padre della Fantascienza. Per quanto mi riguarda, il suo nome risuona nelle mie orecchi fin da bambina, di solito contornato da frasi come “ma-leggiti-il-ciclo-della-fondazione” pronunciate dai miei in coro, tipo giaculatoria. (Notare: mio padre non è un lettore forte. Se legge un libro, due all’anno è tanto. E’ raro che i miei abbiano gusti così simili in fatto di libri, il fatto che Asimov piaccia a entrambi la dice lunga).

Tornando ai nostri Robot. I racconti di questa raccolta, come dicevo, si sviluppano intorno alle tre Leggi, e mostrandole applicate in una serie di contesti diversi. La maggior parte dei racconti ha anche una serie di personaggi ricorrenti, come Donovan e Powell, collaudatori di robot per la U.S. Robots, e la dottoressa Susan Calvin, robopsicologa della società.
In questo senso i personaggi sono sviluppati molto bene, perchè da un racconto all’altro mostrano una serie di qualità che li rendono delle figure a tutto tondo.
Le trame dei singoli racconti sono belle, interessanti e un po’ cervellotiche, ma lo stile chiaro e avvincente compensa grandemente qualsiasi spiegazione scientifica complicata. Va detto che la parte strettamente scientifica è ridotta  all’osso, cosa di cui non posso che essere grata.
L’ambientazione è sempre la stessa, un mondo post-atomico ormai in pace, dove i robot sono una realtà quotidiana e le macchine hanno migliorato l’esistenza dell’umanità in molti modi. In questo Asimov mi è sembrato, almeno in questo libro, un po’ disfattista verso il genere umano: lungi dall’essere dediti in qualche modo allo sterminio della nostra razza, i robot sono dipinti come “persone incredibilmente buone e oneste”, che pur di non arrecare danno a un essere umano in qualsiasi modo, anche emotivo, preferiscono in buona sostanza suicidarsi.
Ultima nota: il film con Will Smith c’entra poco e niente con i racconti, se non che parte dalle stesse premesse, le tre Leggi e il loro sviluppo.

In sostanza, ho molto apprezzato questa raccolta, che mi aspettavo più noiosa. Lo consiglio caldamente a tutti gli amanti del genere.


VOTO: 4/5

Avventure nei sette mari – L’isola dei pirati

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Titolo: L’isola dei pirati
Autore: Michael Crichton
Data di pubblicazione: Gennaio 2009
Pagine: 332
Editore: Garzanti
Trama: 1665. La Giamaica, remoto avamposto della corona britannica nei cuore dei Caraibi, è circondata dalle potenti colonie spagnole. I vicoli della sua capitale, Port Royal, sono popolati di avventurieri, tagliagole e donne di malaffare, in cerca di fortuna tra le taverne e il molo. Nella calura tropicale è difficile sopravvivere e troppo facile morire, tra malattie, vendette e regolamenti di conti.
L’oro che gli spagnoli mandano dal Nuovo al Vecchio Mondo è una tentazione irresistibile, soprattutto per lo spregiudicato capitano Charles Hunter. Del resto, la legge inglese protegge i corsari che riescono a farla franca…
La voce che gira è sempre più insistente: nel porto di un’isola vicina, Matanceros, è ancorato il galeone El Trinidad, che deve portare il suo tesoro verso la Spagna. La rada è protetta da un forte inespugnabile, sotto la stretta sorveglianza del sadico capitano Gazalla. L’oceano è pattugliato dalla flotta spagnola, la giungla di Matanceros è impervia e fittissima, la fanteria e l’artiglieria spagnole sono all’erta. Ma non basta per fermare l’ambizioso Hunter, che sceglie a uno a uno i membri del suo equipaggio e architetta un piano diabolico.
L’isola dei pirati è stato ritrovato nel computer di Michael Crichton dopo la sua prematura scomparsa. Uno degli scrittori più amati di tutti i tempi ci ha lasciato un’avventura mirabolante, ambientata in un’epoca feroce e imprevedibile. Azione e atmosfera, tradimenti, vascelli e tesori fanno dell’Isola dei pirati un vero godimento per il lettore: pura suspense con tantissimi colpi di scena, il capolavoro di un maestro.

ALTRENAVI

Ohhh! Pirati! Tagliagole! Avventure! Mari in tempesta!

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Questi sono i pensieri che mi hanno attraversato la mente quando ho visto questo libro in biblioteca. Potevo mica lasciarlo lì? Certo che no.
Peccato, però, che questa scelta non sia stata esattamente delle più sagge.

Tanto per cominciare, questo libro non parla di pirati, ma di corsari. Sì, signori miei, c’è differenza, perchè i corsari hanno la copertura assicurativa legale del loro paese, i pirati no. Quindi già il mio entusiasmo si è incrinato leggermente.
Poi, vedo l’autore, e comincio a pensare di essere piombata nell’Alba dei morti viventi: no ma dico, ma Crichton non era morto? Mi hanno mentito per tutto questo tempo?

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Leggo la quarta di copertina e vedo che no, Crichton è sempre morto e questa è un’opera postuma, rinvenuta, dice la quarta, nei meandri del suo computer come il puntale di un’anfora in un sito preistorico.
Sappiate che leggendo questo sono andata a vedere nei meandri del mio, di computer, e da brava aspirante scrittrice ci ho trovato, nell’ordine: fanfiction incompiute vecchie di secoli, bozze di roba mai scritta, parti orrendi con protagoniste con Mary Sue stampato in fronte, robe scritte malissimo, e, qua e là, storie che promettevano bene ma per cui ho perso l’entusiasmo.
Capite che questo non mi ha rassicurato.

Presa da questi funesti presagi, mi sono comunque dedicata alla lettura del volume che, non di meno, presentava la possibilità di un po’ di relax poco impegnativo.
La trama è semplice al limite del banale: un capitano inglese, Charles Hunter, decide di attaccare e saccheggiare la fortezza dispersa nei Caraibi di Matanceros, dove è messa alla fonda, come una giovenca in attesa del macello, la Nave del Tesoro spagnola. Raduna un equipaggio, si fa dare i permessi (come vi ho detto, corsaro, non pirata), e salpa all’avventura. Seguiranno, in ordine sparso: tempeste, battaglie navali, tradimenti, cannibali, kraken (giuro), scalate su montagne impervie, tesori incredibili, incontri amorosi che durano un paio di righe, incantesimi (giuro, anche qui), prigionie, torture inimmaginabili e in generale, un sacco di morti ammazzati.
Bene o male, la trama di qualsiasi storia di pirati dall’Isola del Tesoro in poi.

Ora.
Io non ho mai letto niente di Michael Crichton. So che ha scritto Jurassic Park, che è uno dei film che hanno segnato di più la mia infanzia, ma non avevo mai letto niente. Probabilmente leggerò qualcos’altro di lui, prima di dire Quest’uomo scrive da cani che è stata più o meno la mia prima reazione dopo aver posato questa superba prova di letteratura (la leggete l’ironia, sì?).

Il punto è che non è neanche lontanamente paragonabile alla fama che gira attorno a quest’uomo: è banale, piatto, i personaggi sono delle macchiette, gli incredibili colpi di scena sono quantomeno inverosimili (passi il primo contrattempo, il secondo è sfiga, il terzo sei stronzo, il quarto non sei capace).
E’ leggibile? Sì, per carità, non dico di no, è molto leggero e superficiale, va bene per una lettura da spiaggia, tanto per restare in tema. Ma ho letto libri scritti meglio, molto più originali e con personaggi meglio rappresentati.
Per non parlare della misoginia dilagante che sembra un tratto distintivo di qualsiasi pene-dotato che si metta a scrivere un libro: i personaggi femminili sono riassumibili in una prostituta, una moglie fedifraga, una nobildonna scema e una lesbica. Indovinate quale si salva?
L’ambientazione sembra piuttosto accurata, e le descrizioni sono abbastanza carine: bene o male sono le uniche cose che si salvano. Bellini anche gli stratagemmi di Hunter, anche se un po’ forzati.

Quindi, per farvela breve che si sta facendo notte, se volete perdere un po’ di tempo così, alla leggera, con un libro preso rigorosamente in biblioteca (va beh, compratelo se proprio ci tenete) allora leggetelo pure. Se invece preferite i grandi capolavori, leggetevi Stevenson.

 

Voto: 3/5

Fantàsia – Gabbia del re

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Titolo: Gabbia del re
Autore: Victoria Aveyard
Data di pubblicazione: Febbraio 2017
Pagine: 480
Editore: Mondadori
Trama: Ora che la scintilla della ragazza che controlla i fulmini si è spenta, chi illuminerà la strada verso la ribellione? Privata del suo potere e perseguitata dai tremendi errori commessi, Mare Barrow si ritrova prigioniera e in balia di Maven Calore, di cui un tempo era innamorata e che altro non ha fatto se non mentirle e tradirla. Diventato re, il ragazzo continua a tessere la tela ordita dalla madre morta per mantenere il controllo sul suo regno e sulla sua prigioniera. Mentre, a Palazzo, Mare cerca di resistere all’effetto della pietra silente, il suo improvvisato esercito di novisangue e rossi continua imperterrito a organizzarsi, a esercitarsi e a espandersi. Impaziente di uscire dall’ombra, infatti, si sta preparando a combattere. Dal canto suo, Cal, il principe esiliato che reclama il cuore di Mare, è pronto a tutto pur di riaverla con sé. In questo terzo e straordinario capitolo della serie “Regina rossa”, le alleanze di un tempo sono messe in discussione e – Mare lo sa bene – quando il sangue si rivolta contro il sangue potrebbe non rimanere nessuno a spegnere il fuoco che minaccia di distruggere completamente Norda.

 

Mmm. Qua non ci siamo proprio.
Presentazione veloce: La Gabbia del Re, terzo della saga di Regina Rossa, di cui abbiamo già parlato (qui il primo, qui il secondo).
Ovviamente, una volta ripresami dalla saga del possente Darrow il Marziano, mi sono rivolta a questo libro che attendeva sul mobile da un po’ (tra l’altro, privandolo a una catalogatrice ansiosa).

Ora. Sarà che Darrow il Magnifico praticamente non ha paragoni o quasi. Sarà che in questo periodo c’ho altro per la testa e sono un po’ scorbutica. Sarà che le stelle non erano in posizione…ma a me questo volume lascia molto, molto, molto perplessa.

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Ma andiamo con ordine.
Mare è stata presa prigioniera da Maven (oh, ma un po’ di fantasia coi nomi no?) e deve passare mesi e mesi con i suoi sbalzi d’umore. Nel frattempo, tra le fila della Guardia Scarlatta non si sta a guardare, ma si procede con il piano di uccidere il Re e rimettere il mondo nelle mani dei Rossi. A un certo punto Mare si libera della sua prigionia, c’è una mega battaglia finale con tanto di assedio, i vincitori si riuniscono e Mare piange. I perchè e i percome ve li lascio a voi.

Ora, per chi ha già letto le recensioni dei due volumi precedenti, sa che io ero partita con un grande entusiasmo per questa serie, che ha cominciato a calare nel secondo volume. Qui, la discesa continua.
Non vi so dire con precisione se mi è piaciuto o no: amavo i momenti tra Mare e Maven, il rapporto malatissimo che li lega (non provateci a casa), perchè sì, senti la tensione sessuale irrisolta e l’enorme carico di amore/odio che lega quei due. Erano i momenti che mi tenevano più sulle spine. Il resto, però, è tutta un’altra storia.

Tanto per cominciare, odio Mare Barrow. All’inizio mi piaceva, poi ho cominciato a sopportarla, in questo volume volevo immergermi nel libro per ammazzarla personalmente. Perchè è una piattola, ok? E’ insopportabile e piagnona come una drama queen, e si comporta così per tutto il libro. Io capisco tutto, la situazione difficile e tutto, ma davvero non provavo empatia per lei. Ma proprio zero.

Poi, Victorina bella ha cominciato a inserire nuovi punti di vista nei capitoli: uno di una novisangue, per seguire le vicende della Guardia Scarlatta durante la prigionia di Mare, e uno di un’argentea. Perchè? Non ne ho idea, visto e considerato che ne facevamo volentieri a meno. Sono puramente filler, e per di più controproducenti, perchè mostrano benissimo che la nostra bella fanciulla dalla guance di pesca non sa approfondire i personaggi: Mare, Cameron e Evangeline, le tre personaggie che ci forniscono il loro punto di vista, sono tutte uguali. Identiche, giuro che non ho colto differenze. In generale, direi che tutti i personaggi hanno uno sviluppo pari al nulla assoluto o quasi.

E Cal. Benedetto Cal. Si è rivelato essere un idiota senza spina dorsale. Doveva essere il figo di turno, e invece è un lumacone.

sad #disappointed #disappointment #dammit #let down #i cant even # ...

Ma soprattutto, ho trovato questo libro sostanzialmente inutile. Messo un po’ ad allungare il brodo. La trama, senza tutti quei benedetti filler in mezzo, poteva essere riassunta in un libro lungo la metà. O un quarto. Ve l’ho riassunta prima in quattro righe scarse.

Anche lo stile…sembra sempre più melodrammatico. Sempre più pesante. Io non so, davvero, non so.
E la cosa che più mi fa rabbia è che era partita bene: l’idea di base, l’ambientazione, erano belle. Il primo volume era fatto anche bene. E invece no.

Per concludere…a sto punto non so se vi conviene prendere in mano la saga. Non so se nel prossimo e (si spera) ultimo volume la storia si risolleverà e avremo una conclusione coi fuochi d’artificio. Ora come ora, vi consiglio di aspettare a fiondarvi in libreria per questi volumi, potrebbero non valerne la pena.

 

Voto: 2/5

Galaxy Quest – Golden Son. Il segreto di Darrow

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Titolo: Golden Son
Autore: Pierce Brown
Data di pubblicazione: Febbraio 2017
Pagine: 456 pp
Editore: Mondadori
Trama: Come la sua gente, i Rossi, Darrow è stato un minatore costretto a scavare nelle profondità del pianeta Marte a temperature intollerabili. Per dare una nuova terra alle future generazioni, credeva lui. Ma la Società che serviva l’ha tradito, nella maniera più crudele. Gli ha portato via la sua innamorata, Eo, e si è rivelata per quello che è, una casta di privilegiati che vivono di bugie e sopraffazioni. La decisione più difficile e pericolosa è ora alla sua portata: infiltrarsi tra gli Oro e diventare uno di loro, per riscattare il sacrificio di Eo e dei suoi, per portare il proprio popolo alla liberazione. “Golden Son” è il secondo volume della saga.

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May It Never Change, allthehomo: brodinsons: Guys. Seriously,...

Oh mio Dio. Oh cielo. Cosa diavolo…cosa diavolo è appena successo?

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Voi dovete capirmi. Io ho finito di leggere questo libro ieri sera e ancora sto cercando di capire cosa diavolo è successo. Cioè, cosa diav…implodo. Punto.

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Parto dall’inizio, che è meglio.
Per chi non lo sapesse, Golden Son è il secondo volume della saga iniziata con Red Rising, che narra la storia di una società fantascientifica divisa in caste (ogni casta ha un colore). Il protagonista è Darrow, un giovane Rosso, la feccia della Società, che per una serie di circostanze porta avanti un progetto di ribellione.

Ok, da qui in avanti la recensione è SPOILER per chi non ha letto il primo volume.

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Voi mi conoscete, io odio fare spoiler nelle recensioni, ma in questo caso è necessario, altrimenti non capireste davvero un tubo. Cercherò di limitarmi il più possibile.

Tornando a noi. Nel primo libro abbiamo visto Darrow trasformarsi in un Oro, vincere la competizione dell’Istituto ed entrare (letteralmente direi) nella tana del leone, diventando lanciere di Augustus, ArciGovernatore di Marte e responsabile della morte di Eo. E fin qua ok.
I problemi cominciano, però, praticamente subito: senza stare a entrare nei dettagli, Darrow subisce sconfitte inaspettate, voltafaccia, guerre civili, incredibili rivelazioni e riunioni commoventi. Il tutto condito da astuti piani e momenti di miticità.

La trama è incalzante, complessa e sorprendente: ogni due pagine c’è un colpo di scena, ma di quelli belli, non di quelli completamente senza senso alla Beautiful, per intenderci. Il ritmo è serrato, eppure c’è comunque spazio per le riflessioni di Darrow, per i suoi “flussi di coscienza”, che creano una sempre maggiore empatia con il personaggio.

Come nel primo volume, lo stile è complesso e accurato, c’è un registro piuttosto alto che garantisce epicità a tutta la saga, pur senza evitare espressioni più basse e colloquiali, quando non volgari.
I personaggi sono resi molto meglio rispetto al volume precedente, mi sembrano più approfonditi e vividi. L’ambientazione si allarga all’intero Sistema Solare, così come la ribellione si trasforma (o meglio, parte con) una vera e propria guerra civile che coinvolge l’intera Società.
Darrow si rivela, sempre di più, un protagonista estremamente machiavellico, con un asso nella manica per ogni occasione, ma nonostante ciò anche lui è preso dalla piega degli eventi, che manda all’aria molti dei suoi piani.

Questa potrebbe essere la recensione più corta della storia, ma non ho nulla di più da dirvi se non: leggete questo libro. Si mostra decisamente a livello del precedente, quindi non potete non andare avanti.

Voto: 5/5

Telefilm che passione – Black Sails

SONO IN LACRIME.

E’ LA COSA PIU’ BELLA CHE ABBIA MAI VISTO.

COMICS: First Look At ACTION COMICS #17 - Grant Morrison's Penultimate ...

Seriamente. Io ho già sbandierato da qualche parte il mio amore per i pirati, quindi non dovrebbe sorprendere più di tanto che io abbia amato questa serie, ma qui siamo OLTRE. Qui non abbiamo solo pirati, avventura, battaglie e spargimenti di sangue: qui ci sono i Sentimenti. Quelli veri, che toccano le corde più profonde dei nostri cuoricini di spettatori, quelli che ti uccidono da dentro e fanno colazione con il tuo intestino, annaffiato da litri delle tue lacrime amare. Signori, questa è più di una serie televisiva, è una LEGGENDA.Black Sails GIF - Find & Share on GIPHY

Ma cerchiamo di andare con ordine.
Black Sails è una serie composta da quattro stagioni in totale (sì, è conclusa), prodotta da Starz, la stessa che sta producendo anche Outlander, altro telefilm di buona qualità (mai quanto Black Sails, anche se mia madre non sarebbe d’accordo).
La storia che si propone di raccontare è, fondamentalmente, un prequel del romanzo di Robert Louis Stevenson, L’Isola del Tesoro (di cui vi ho fatto una recensione qui), ambientato circa venti anni prima degli eventi del romanzo e che spiega la genesi di quel benedetto tesoro e, soprattutto, come diavolo sia finito sepolto in quella benedetta isola.
I due protagonisti principali (lo so che è una ripetizione, ma poi capirete perchè uso questa espressione) sono quindi i due pirati che più sono coinvolti nella storia di questo ricco forziere, ossia il famigerato Capitano Flint e Long John Silver, all’inizio della serie solo John Silver. Si parla del loro incontro, del loro rapporto, delle avventure che vivono insieme, dei vicendevoli tradimenti e salvataggi, in un modo sempre più profondo coinvolgente.

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Ma non è solo questo: attorno a loro si avvicendano altre storie, altri protagonisti, altrettanto profondi e leggendari. Parlo di Jack Rackham, Charles Vane, Anne Bonny, Edward Teach alias Barbanera: i grandi che hanno fatto la storia della pirateria, quella reale. E’ incredibile come siano stati mescolati personaggi di fantasia (Silver, Flint), personaggi storici (Rackham, Teach) e nuovi personaggi originali, come Eleanor Guthrie o la prostituta Max, giusto per dirne due.
Prima ho detto che la storia ruota intorno a Silver, Flint e il tesoro, ma non è del tutto corretto. La storia narra di eventi legati alle loro vicende, ma è soprattutto incentrata su Nassau, l’isola covo dei pirati, sui personaggi che le gravitano intorno e sulla lotta per il controllo dell’isola, prima tra pirati e poi contro il cosiddetto mondo civilizzato. E’ una storia che narra della lotta di uomini e donne che non si sentono compresi (nel senso più letterale del termine) nel mondo civilizzato e lottano per cambiarlo o distruggerlo, a seconda dei casi. E’ una storia di esseri umani, ciascuno con le sue peculiarità e il suo intero universo personale, che si intrecciano e si scontrano in un ritmo che ricorda le onde dell’oceano.

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Una delle cose più belle di questa serie è la sua coerenza: a vederla sembra (e probabilmente è vero) che le quattro stagioni siano state scritte insieme, come un’unica grande storia che ha i suoi tempi e le sue svolte, e nessun successo o insuccesso di pubblico avrebbe potuto distogliere i narratori dal portarla avanti come intendevano fare fin dall’inizio. E questo hanno fatto: dritti per la loro strada, senza timore di perdere pubblico facendo scelte forse impopolari, tipo uccidendo alcuni dei personaggi più amati (e non farò spoiler qua).
Quindi più che una serie tv è una specie di romanzo a puntate, che prosegue coerente nella trama e nello sviluppo dei personaggi.
Che a proposito di personaggi: abbiamo un bel campionario, pure qua. Da personaggi di qualsiasi orientamento sessuale o quasi, a relazioni non-monogame, a schiavi neri, gente con disabilità, sono state toccate parecchie categorie di personaggi normalmente un po’ bistrattati. Ma questo fatto è solo un surplus, un’aggiunta al profondo lavoro che attori e sceneggiatori hanno fatto nel rendere i personaggi incredibilmente umani e reali: lungi da essere mostri assetati di sangue, questi pirati sono veri esseri umani, che amano e odiano con un’intensità a volte sconvolgente, e ci trascinano nel vortice delle loro emozioni (di nuovo, siamo sempre qui).
Tutte le parti tecniche sono rese in modo incredibile: i costumi, le ambientazioni, gli effetti speciali (pochi, per un’opera storica, ma ben utilizzati), la musica, Dei che musica!, sono tutti curati al dettaglio per creare un’opera che fosse la più coinvolgente possibile.

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E per finire questo sproloquio (anche se andrei avanti ore a parlare di questo telefilm), IL FINALE. Il finale è qualcosa di spettacolare, che mi ha ucciso interiormente per la quantità di lacrime che ho versato, frutto di una tensione e di un pathos che raramente ho riscontrato in una storia di qualsiasi formato, sia esso telefilm, film o addirittura libro.
Ogni fotogramma di questo telefilm è emozionante, ma l’episodio finale e quello precedente sono tra quelli che mi hanno sconvolto di più.

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Ci sarebbe ancora molto da dire su questa serie, ma concluderò dicendovi questo: guardatela. Non ha ricevuto abbastanza amore per quello che merita, per essere uno dei capolavori più incredibili del nostro tempo, per essere così piena di azione ma anche piena di poesia, per i giri incredibili che fa fare ai cuori di chiunque la guardi.
Guardatela, e cambierà per sempre il vostro modo di vedere le serie tv.

Voto: 200/5